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Psicopompo di Arturo Belluardo - fotografia di Roberto Cavallini

fotografia di Roberto Cavallini

PSICOPOMPO
di Arturo Belluardo




Questo è il primo Natale che passiamo senza mio padre.
Ci siamo radunati tutti attorno a mia madre, a questo mucchietto d’ossa su-perstiti.
Strano che tra lui, torreggiante ed egoista, e lei, sassolino implume e fumante di acido borico, sia morto prima lui.
Una botta secca e malignazza, da far esplodere i capillari del naso, da far scorrere torrenti di muco verde e soffice, da far ruttare dal cuore gli estremi aneliti.
“Sento l’anima partir” e giù sul tavolo, a rovesciare un boccale di Peroni Na-stro Azzurro, a sganciare le bretelle porpora e a farle diventare proietti di fionda sul pranzo dei Morti: pane cunzato con olio, origano, tuma e acciughe, scurria di grano e lenticchie, ossa dei morti, pupi di zuccaro, frutta martorana.
Con impagabile tempismo, mio padre era morto la sera di Ognissanti ed era nuotato via a portare fucili con i fulminanti e bambole di pezza ai bambini del passato. Che oggi non si usa più che le Anime Sante dei Morti portino i regali ai picciriddi, che oggi non si usa più apparecchiare a tavola il posto di chi è trapassato, che oggi non si usa più versare vino sulle tombe di terra fresca e riposata.

“Cu è?”.
“Dolcetto o scherzetto?”.
Mio padre aveva aperto la porta e si era trovato davanti un vampiro, una strega e uno scheletro.
“Ma che è Carnaluare? Che bbulite?”.
“Dolcetto o scherzetto?” voci tremolanti.
“Ofanculo va bene uguale?” e aveva sbattuto la porta.
“Avà, Iano che picciriddi sono! Ma che ci dici?”.
“Ammia ‘stu Allovinni mi ha scassato la minchia! Non era tanto sapurita la Festa dei Morti? No, tutte cose dall’americani amu a pigghiari!” e l’ira se n’era salita funesta alle varici degli occhi “Anzi, sai che ti dico Concetta? Che tu domani mi prepari bella bella la Cena dei Morti come facevamo quannu c’erano i carusi!”.
“Ca cetto. Ma che babbii? Che domani tutte cose chiuse sono.”
“Cristallo di rocca! Tu fai chiddu che dico io!”
Tu fai quello che dico io. Sempre così mio padre. Che ce n’eravamo andati tutti, a lasciarlo sventolare nell’aria fetida il tatuaggio da delfino sull’avambraccio. Il delfino di marinaio di petroliere, di puzza di gas e sentina per le scale della casa popolare a ogni suo ritorno. Il delfino in fuga a Göte-borg dietro buttane svedesi e noi a fetere di fame e solitudine. Il delfino con un foglio di via del Re Gustavo per mai più ritornar. Il delfino che spandeva sentina e gas dopo cinque anni. Ma solo un mucchietto d’ossa sorridenti ad attenderlo.
Io non c’ero più. Ora e per sempre, amen.

“Ora e per sempre, amen”.
La messa di mezzanotte mia madre la vuole nelle Catacombe di San Marzia-no al freddo e al gelo, calcare nero d’umido e capelvenere.
Mia figlia si annoia, rimbalza da un piede all’altro nel suo piumino rosa Winx. Guarda gli affreschi corrosi da gocce minerali e preghiere.
“Chi è quel signore scuro, papà?”
“E’ Gesù, amore mio”.
“E perché ha la pelle marrone?”.
“Perché veniva dal Medio Oriente”.
“E perché ci sono questi pesci?”.
“Sono simboli di Gesù. In greco pesce si dice iktùs...”.
“Come quello del nonno?”.
Sgancio un sorriso e le faccio cenno di tacere.
“Ma il nonno è morto perché aveva un pesce sul braccio?”.
“Quello era un delfino.”
“Anche questo è un delfino” e indica Gesù che a cavallo di un cetaceo tra-ghetta le anime dei morti.
Mia madre ci giubila con uno sguardo di fuoco.

“Mi manca. Tuo padre mi manca. La notte la mia mano lo cerca e lui è lì che russa. Apro gli occhi e non lo trovo. Chiudo gli occhi e ride. Come quando beveva tre Peroni. Si asciuga la bocca con il dorso della mano e ride”.
“E tu?”.
“Io gli chiedo come sta e lui mi dice che ora me ne accorgo pure io”.
“Ma che è? Una persecuzione?”.
“Uh, vatinni tu, che vuoi capire tu di matrimonio che tua moglie te la sei tenuta picca e nenti”.
“Mamma, non davanti alla bambina...”.
“E perché non te la porti in spiaggia, che c’è ‘stu bello sole? Itavinni a fare ‘na passiata che il cloro ci fa bene ai polmoni”.
“E il pranzo di Natale?”.
“E quannu mai cucinasti tu? Non ti preoccupare, itavinni, itavinni, lassatemi sola”.

Fumo e guardo il mare. Sull’orizzonte tumido scorre una petroliera.
“Papà, corri, corri, vieni a vedere”.
Un punto fisso rosa Winx.
“Cosa, amore mio?”.
“Un delfino, papà, un delfino”.
Il mare è una tavola di piombo denso e i raggi rimbalzano. Non ci sono delfini né tonni né squali. Anche la petroliera se n’è andata.
Ma mia figlia non guarda le onde, guarda la sabbia.
Arenata tra alghe e bottiglie di Svelto, c’é una carcassa putrefatta, arrotolata su se stessa. Un uroburos, la coda già divorata, la gabbia toracica bianca e lucida, la testa sfatta, il naso camuso di delfino soffocato dalla risacca.
Granchi e scarabei neri ne percorrono le vertebre sporgenti.
“Torniamo a casa, la nonna ci aspetta”.

L’ascensore non funziona.
“Cos’è questa puzza, papà?”.
Dico alla bambina di aspettarmi al secondo piano e salgo le scale di corsa.
Da un piano all’altro, l’odore di gas e sentina si fa sempre più penetrante, sof-focante.
Apro la porta e il buio si riversa sul pianerottolo.
Premo l’interruttore e la luce non s’accende.

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date: 19-11-2018 15:57

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