robertocavallini
1 Km. di diametro

In statistica la norma è il valore che compare più frequentemente. Si potrebbe affermare, un po’ sinteticamente ed anche tautologicamente, che nella vita vissuta il concetto di normalità riguardi tutto quell’insieme di azioni, quindi anche quella di osservare, che si svolgono per condurre una vita normale, cioè una vita molto simile a quella che conduce la maggioranza dei propri simili.
Io, che sono un fotografo prevalentemente stanziale, ho voluto circoscrivere l’osservazione all’interno di un’area compresa in un 1 Km. di diametro intorno alla casa dove abito, lungo il tragitto che si snoda dalla fermata del tram al portone di casa, dal parcheggio all’edicola, dal negozio di alimentari alla chiesa della prima comunione. Così durante i miei spostamenti quotidiani, con una fotocamera tascabile ho registrato quello che di norma incontravo: i segni che i miei simili avevano lasciato. Ho osservato quali automobili normalmente usano, quali piante quotidianamente innaffiano, quali strade percorrono, quali citofoni usano per farsi aprire la porta di casa, quali saracinesche chiudono i loro negozi, quali grate proteggono la loro vita privata.
Questa mia osservazione fotografica è la ricerca di quei segni che mi indichino una normalità da riconoscere, nella quale riconoscermi o per la quale, alla fine, sentirmi fuori norma.
Le cose sarebbero più semplici se in questo kilometro di diametro io non ci fossi nato e non ci fossi tornato a vivere dopo tanti anni.
Un conto è tornare per rivedere le strade, i palazzi, il quartiere delle proprie origini, in questo caso tutto rimarrebbe circoscritto alla dimensione del ricordo e del confronto tra una normalità di allora con l’apparire di oggi.
Ben altro è stabilire, con quegli stessi luoghi, un rapporto legato al presente vissuto. Un presente che genera una visione spuria e che si sovrappone con la trasparenza di una diapositiva proiettata sul passato, alimentando una tensione continua tra riconoscimento e spaesamento, tra la normale quotidianeità di allora e la la normale quotidianeità di oggi. I luoghi, gli stessi di un tempo, quando vi si ritorna ad abitare, non si possono più vivere come nei ricordi.
Non è perché in fondo a quella strada non ci sia più il negozio di alimentari o perché il macellaio sia stato sostituito dal barbiere o perché i due fratelli dell’officina da elettrauto, belli da sembrare usciti da un film di Visconti, sono tuttora lì, un po’ appesantiti, con i capelli bianchi e continuano a riparare vecchie auto, sempre più ammaccate, parcheggiate in doppia fila, col cofano aperto, mentre imprecano contro quelle nuove che «le hanno costruite così per non farci più lavorare». Tutto questo, infatti, non è altro che un confronto affettuoso col passato, attiene al ri-conoscimento. Lo spaesamento nasce dal fatto che queste strade non le percorro più per gli stessi motivi che mi guidavano allora: le amicizie, gli amori, la complessa scoperta della vita con una prospettiva di tempo infinita. Dopo molti anni, il rapporto tra passato e futuro è a svantaggio di quest’ultimo. La prospettiva è cambiata, gli occhi con cui oggi osservo sono diversi da quelli dell’adolescente di allora; sono cambiate le mie aspettative, le mie direzioni, i miei punti di vista.
E nel frattempo è cambiata anche la toponomastica.
Una volta abitavo, come ora d’altronde, all’incrocio di via Duchessa di Galliera con via di Valtellina, ultimamente mi sono reso conto che sulla targa c’è scritto via di Val Tellina, così dal cuore delle Alpi sono approdato anni dopo nel mare di Ostia, ma una mano gentile ha aggiunto una piccola s, cambiando il nome in via di Val Stellina.
Monteverde, da periferia di Roma negli anni cinquanta, ora è un quartiere semi-centrale. Detto così sembra quasi che abbia ottenuto una promozione, ma tra la mia finestra ed il mare non c’è più campagna, il confine della città si è spostato e Monteverde è sostanzialmente arretrato. Queste strade, questi marciapiedi, questi palazzi, questi muri hanno subìto molti cambiamenti, superfici di colori sbiaditi si sono stratificate, grate di ferro, davanti a grate di ferro, hanno imprigionato chi dovevano proteggere ed altro e molto altro ancora è stato fatto ad opera di qualcuno che ha finito per corrompere quella integrità che era dei miei ricordi. Quel qualcuno io non lo conosco, non riesco ad incontrarlo, ma vedo che lascia i segni inequivocabili della sua quotidiana normale presenza.

Roma,08/02/2008

Roberto Cavallini
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