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L'apparenza dell'assenza. Noi, Basilico ed il Covid-19.

date » 03-05-2020

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paesaggi_2.1.jpgPannello di fotografie di Gabriele Basilico, esposto al Palazzo delle Esposizioni

L’apparenza dell’assenza. Noi, Basilico ed il Covid-19.

Le città deserte, le città d’arte viste come mai si erano potute vedere, ma soprattutto le nostre strade vuote, le strade di ogni giorno, di quartieri qualsiasi, di serrande abbassate, sono le immagini della quarantena che si parano davanti al nostro sguardo ossessivamente, sia se camminiamo per fare la spesa o guardiamo fuori affacciati alla finestra, sia quando per consolarci dalla solitudine ci rivolgiamo allo schermo dello smartphone, alla moltiplicazione delle strade vuote sui social, ai visi deformati dalla fotocamera frontale nelle videochiamate, alle notizie delle morti.

Quel po’ di vita collettiva, (ma sarà stato veramente così?) rappresentata dalle esibizioni canore dai balconi in cui, per una sorta di confusione cromatica, si era associata la speranza di volare nel Blu dipinto di blu ad Azzurro, che è una storia dove il treno dei desideri all’incontrario va, si è dissolta.

E’ rimasta, sui balconi, qualche annoiata bandiera e strade vuote, ma che vuote non sono.

La sospensione, tra l’apparenza dell’assenza e i segni che indicano una presenza, si rivela attraverso e soprattutto a causa della fissità coatta: non ci si può muovere, se non per pochi metri intorno a casa, non c’è itinerario, non c’è una meta fisica da raggiungere, non c’è storia, non c’è film, c’è l’immagine fissa dello sguardo, come l’occhio del fotografo che si posa su strade consuete, rivelandone particolari fino ad allora rimasti nascosti o visioni d’insieme da prospettive prima impossibili, si pensi per questo anche alle panoramiche dalle terrazze condominiali.

Per orientarsi, per cercare una chiave di lettura e cercare un confronto e forse un po’ di conforto per l’animo in subbuglio per queste novità della consuetudine, per questa straordinarietà dell’ordinario, per questa apparenza dell’assenza, bisognerà attendere la riapertura della mostra “Metropoli”, 250 fotografie di Gabriele Basilico (Milano. 1944 – 2013), al Palazzo delle Esposizioni di Roma
L’iniziativa è programmata fino al 2 giugno e forse si farà a tempo a visitarla. Altrimenti ci si potrà consolare col catalogo, ma sarà una magra consolazione perché l’immersione visiva, che consentono le gigantografie, non può essere restituita in nessun altro modo.

Ogni fotografia di Gabriele Basilico, non è una immagine a sé, ogni fotografia di Gabriele Basilico è il brano di una lunga storia, la storia della sua ricerca ossessiva sulla città. Ricerca che è stata definita, sembra da lui stesso un anno prima della sua morte, come frutto della sua passione bulimica per il cemento, ma ad osservare l’intero corpus delle fotografie della mostra, sembra che la passione bulimica sia riferibile ad una ricerca di significato attraverso l’esclusione dall’inquadratura della presenza umana. Una ricerca di significato che concentra l’osservazione principalmente sulla stratificazione dei segni del paesaggio urbano.

Basilico appartiene alla generazione fotografica di Luigi Ghirri, di Mimmo Jodice, di Guido Guidi e di coloro che hanno dato vita al progetto Viaggio in Italia (1984), col contributo letterario di Gianni Celati. Loro tutti erano mossi dall’intenzione di ricomporre l’immagine di un luogo, sia dal punto di vista antropologico che geografico, trasformando “il viaggio in ricerca e possibilità di attivare una conoscenza che sia avventura del pensiero e dello sguardo”.
Già da quel viaggio in Italia Basilico si discosta dai suoi colleghi, scartando l’uso del colore, del piccolo formato, i richiami alla pop art, l’esaltazione del banale, l’escamotage del mosso, ma si concentra sul bianco e nero, sul grande formato, contribuendo con immagini di una Milano spettrale.

Qualcuno ha scritto che Basilico ricerchi in ogni città la sua Milano, forse è vero.

Poco sopra ho affermato che ogni fotografia di Basilico è il brano di una lunga storia, ma al tempo stesso si può affermare che ogni sua singola fotografia sia un lungo racconto.
Non è un gioco di parole perché se è vero che il susseguirsi di singole immagini delle metropoli, finiscono per comporre il grande mosaico della “metropoli”, è altrettanto vero che per il modus operandi di Basilico, l’uso di una fotocamera a banco ottico, che deve essere necessariamente posizionata su un treppiede, l’uso di pellicole a lastra delle dimensioni di (10 x 12) centimetri che garantiscono un dettaglio microscopico, l’uso di tempi lunghi di esposizione per garantirsi il massimo di profondità di campo, consentono la realizzazione di ingrandimenti dove far scivolare lo sguardo dell’osservatore, lungo itinerari arbitrari e puramente soggettivi. Capire l’immagine nel suo complesso, con i suoi punti di fuga, centrali o laterali (non dimentichiamo che Basilico è un architetto) non è difficile, si entra facilmente in quello spazio, ma è quando ci si trova lì in mezzo che si comincia ad essere spaesati e osservando quei luoghi dell’assenza si comincia a domandare a noi stessi, osservatori, quali vite si consumino dietro le tendine di una finestra dell’ennesimo piano di un grattacielo in terza fila o se ci sia una famiglia a cena nell’appartamento con la finestra illuminata di un palazzo in una periferia qualsiasi e ci si domanderà dove sono andate le automobili che hanno percorso le strade in fondo ai canyon urbani. Perché il banco ottico permette di restituire immagini così ricche di dettagli che neanche il fotografo ha potuto notare al momento della ripresa dove tra l’altro l’immagine, sul vetro smerigliato, gli appare capovolta rispetto alla realtà.
There’s more to the picture than meets the eye, cantava Neil Young e da qualche anno il neon con quella frase illumina una parete grigia del MAXXI di Roma.

Il percorso espositivo della rassegna si articola in cinque grandi capitoli: “Milano. Ritratti di fabbriche 1978-1980”, il primo importante progetto realizzato da Basilico; le “Sezioni del paesaggio italiano”, un’indagine sul nostro Paese suddiviso in sei itinerari realizzata nel 1996 in collaborazione con Stefano Boeri e presentata alla Biennale Architettura di Venezia; "Beirut", due campagne fotografiche per la prima volta esposte insieme, realizzate nel 1991 in bianco e nero e nel 2011 a colori, la prima alla fine di una lunga guerra durata oltre quindici anni, la seconda per raccontarne la ricostruzione; “le città del mondo”, un viaggio nel tempo e nei luoghi da Palermo, Bari, Napoli, Genova e Milano sino a Istanbul, Gerusalemme, Shanghai, Mosca, New York, Rio de Janeiro e molte altre ancora; infine “Roma”, la città nella quale Basilico ha lavorato a più riprese, sviluppando progetti sempre diversi fino al 2010, in occasione di una stimolante quanto impegnativa messa a confronto tra la città contemporanea e le settecentesche incisioni di Giovambattista Piranesi.

Se è vero che Basilico ricerchi in tutte le città Milano, se è vero che nelle 250 stampe c’è quell’elemento comune che si sussume nel titolo Metropoli, è pur vero che Roma si differenzia prepotentemente dalla “Milano in ogni città”, perché la sua storia è insopprimibile e lo è altrettanto iconograficamente, non solo nelle fotografie in cui Basilico si misura con le visioni del Piranesi, ma anche quando egli affronta il massiccio e geometrico razionalismo architettonico.

Più che una immagine specifica, in questa mostra, c’è un pannello, anzi più d’uno, sono i pannelli delle “Sezioni del paesaggio italiano”, che ci riguardano come osservatori da quarantena, dove l’autore fotografa una moltitudine di edifici solitari, di villette, di capannoni, di centri commerciali, di palazzine, di box, di officine. “Tutte costruzioni modeste, sparse nel paesaggio in modo scomposto, collegate artificialmente da segnaletiche invadenti, tutti frammenti della nostra società e della nostra economia: la famiglia, la piccola impresa, la distribuzione, il negozio, il club, il deposito. Un pulviscolo di manufatti che, specchio dello stato del nostro costume e del nostro modo di produrre, sono cresciuti nell’indifferenza della politica e dell’architettura colta, giungendo letteralmente a scompaginare l’aspetto e la natura del territorio italiano, da nord a sud e in ogni regione”.

Speriamo di poter risalire le scale del Palazzo delle Esposizioni in tempo per ritrovarci davanti a quei pannelli che ci faranno riflettere, mostrandoci amaramente un altro genere di lockdown, che era qui prima del Covid-19 e che sarà qui anche oltre la pandemia.

Roma,21/04/2020

Roberto Cavallini

Con il titolo La Poesia del Cemento è stato pubblicato in Succedeoggi al seguente link: http://www.succedeoggi.it/2020/04/gabriele-basilico-la-poesia-del-cemento/

Cronache dal Balcone - 25 aprile 2020. dalle ore 14,45 alle ore 15,05

date » 03-05-2020

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trittico_dal_balcone_25_apr2020.jpg


Sabato 25 aprile 2020. Dalle ore 14,30 alle ore 15,10


Mentre sto friggendo pesci surgelati e impanati, che sono un cibo da quarantena dopo che ti sei stufato ogni giorno di pensare in anticipo a cosa preparare per pranzo per mangiare sano, e hai aperto la finestra della cucina per evitare che tutta casa si impregni dell’odore di fitto, sale, dalla terrazza del primo piano, una Bella Ciao cantata con intonazione incerta da una flebile vocina accompagnata da un banjo.

I giovincelli del primo piano con quelle espressioni da Spritz Aperol, evidentemente contano tra i loro membri una timida cantante, un po’ Manu Chao e un po’ scuola popolare di musica che, nell’assoluto silenzio della strada, fa tenerezza e fa piacere.

Mi affaccio per vedere la scena, ma lo spettacolo finisce quasi subito, i nananà sostituiscono le parole, le sigarette sono mozziconi in un portacenere stracolmo e…tutti dentro.
Torno alle croccole.
L’appuntamento canoro ufficiale dell’ANPI è per le 15, tutti a cantare Bella Ciao dai balconi. Anch’io sono presente, seduto su una vecchia sedia da regista a prendere il sole mentre parlo al telefono.
Sono le 15 in punto, parte timidamente un’anziana signora dalla finestra di un palazzo alla mia destra, riparata da una tenda e dalla bandiera che non ha il coraggio di sventolare, nessun’altra voce si leva e allora sento in me il dovere e la responsabilità di dar vigore alla resistenza canora, saluto l’interlocutrice telefonica e con una voce tenorile sempre più forte, da far invidia a Pavarotti e sconosciuta anche a me stesso, intono Bella Ciao.
Sono orgoglioso della mia potenza vocale, la strada rimbomba di bella ciao, ciao, ciao, da un balcone alla mia sinistra si affaccia una coppia con chitarra, dai terrazzi condominiali di fronte altre teste spuntano, la signora del secondo piano esce in balcone ma si sporge con misura, qualche altra voce si aggiunge alla mia, trascino la resistenza canora, all’incrocio tra via Duchessa di Galliera e via di Val Tellina, ma arrivato a “questo è il fiore del partigiano” mi sento un groppo in gola, non ce la faccio più, Pavarotti non c’è più, rientro in casa, mi vergogno da morire, anche le altre voci si spengono.
Tutto finito? Così, in un niente, dopo neanche tre strofe?
Neanche per sogno, dalla stradina accanto, un gruppo di giovani voci femminili, chiare, forti, intonate, accompagnate da una chitarra dal ritmo sicuro, raccoglie il fiore del partigiano, la resistenza continua.

Roberto Cavallini

Questa cronaca dal balcone è stata pubblicata su Succedeoggi al seguente link: http://www.succedeoggi.it/2020/04/bella-ciao-al-balcone/

Cronache dal Balcone - 19 aprile 2020, dalle ore 13,50 alle ore 14,05

date » 19-04-2020

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Due bandiere annoiate pendono dal balcone di un palazzo a sinistra, un’altra, sul balcone di un palazzo un po’ più in là, sventola con poca convinzione.
Un vecchio con la mascherina mal messa cammina a stento appoggiandosi al bastone, una vecchia, anche lei con la mascherina cammina a piccoli passi sull’altro marciapiede.
Dal piano di sotto arrivano, odori di bagnoschiuma e di soffritto, mentre da un balcone, aldilà della strada, una coppia di anziani sistema lo sportello di un mobiletto grigio di metallo, da esterni. Mi ricordo che li notai una quindicina di anni fa’ quando tornai ad abitare in questa casa, erano sempre sullo stesso balcone che sistemavano le piante. Una pancia di sostanza lui ed una procacità agée lei, mi venne da pensare che si amassero. Mi colpì il loro aspetto, li vedevo bene a far parte di un pubblico televisivo.
Ora la pancia ha perso la sua autorevolezza e la procacità di lei si è trasformata in un tutto tondo. E’ lui che, a voce alta, dà ordini su come procedere, ma la sistemazione dello sportello si conclude in un clima di collaborazione, i due sono anche d’accordo su dove sistemare un vaso di fiori.
Il negozio del bangla è ancora aperto e il proprietario, con mascherina azzurra e guanti bianchi, sta a braccia conserte poggiate sulla pancia, in mezzo al marciapiede ricoperto di cicche, da qui non le vedo ovviamente, ma quando passo lì davanti noto il tappeto giallino. E’ una persona gentile, una volta mi ha aspettato per lasciarmi il posto dove parcheggiare la macchina.
E’ primavera, si sta bene in balcone in maniche di camicia, il cielo però è autunnale, tutto è grigio.
Da qualche finestra aperta arrivano suoni, parole, voci. Passa una donna col cagnolino e come tradizione vuole, i due si assomigliano.
Passa l’autobus di corsa, non rispetta il limite imposto dei 30 kilometri orari ed il palazzo trema, non si ferma neanche alla fermata, nessuno vuole scendere, nessuno vuole salire. Ora il bangla ha chiuso, i due vecchi ce l’hanno fatta a girare l’angolo, la coppia del balcone è rientrata, rientro anch’io, fuori è solo grigio.

Roberto Cavallini

Correva l'anno 1983...

date » 21-12-2019 17:52

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trittico_3_per_sito.jpgtrittico di fotomontaggi analogici, Correva l'anno 1983,,, (1983 - 2019)


Correva l’anno 1983…

e nella notte tra il 31 agosto e l’1 settembre, i sovietici abbatterono, credendo che fosse un velivolo spia americano, un Boeing 747 delle linee aeree coreane, uccidendo 269 persone a bordo.
Qualche tempo addietro, la sera del 23 marzo 1983, il presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan aveva pronunciato un discorso nel quale definiva l'Unione Sovietica, "l'impero del male", annunciando i suoi piani di "Guerre Stellari" per la realizzazione di un sistema di difesa strategico.
La sera del 5 settembre, Reagan, definì l’abbattimento del Boeing un massacro e un crimine contro l’umanità.
Il 22 e 23 ottobre due milioni di cittadini europei manifestarono contro l’imminente schieramento dei missili a medio raggio Cruise e Pershing II, in Europa.

Prima di photoshop
Allora facevo il fotografo per varie testate giornalistiche della sinistra (seguendo la prassi: scatta - sviluppa e stampa - corri in redazione), fui contattato da un giovane Paolo Mondani (allora era del PDUP, mentre ora fa giornalismo d’inchiesta per Report della Rai) per inventare una campagna fotografica. Si decise per una serie di cartoline postali da spedire con tanto di francobollo, in tutto il mondo, per la pace e contro l’invasione dei missili americani che sarebbero stati posizionati sul territorio nazionale in previsione di un evento bellico.
Andammo in giro per Roma con un missile di cartone alto due metri posizionandolo nei luoghi più rappresentativi della città, ma uscirono fuori delle fotografie patetiche; un missile di cartone, mezzo sbilenco, era ridicolo, non era un’invasione.

Così pensai a dei fotomontaggi, dall’atmosfera vagamente distopica.
Andai in un negozio di giocattoli e comprai una scatola di missili da montare.
Fotografai i mezzi missili, senza colorarli, tanto le foto sarebbero state in B/N.
Scelsi le inquadrature di Roma che mi sembravano più adatte e le stampai nel formato 24x30 centimetri, su carta Speed, vista l’urgenza.
Stampai le foto dei missili calcolando la misura di dove li avrei dovuti incollare. Li incollai con la "Coccoina", quello era un copia e incolla vero, mica come quello fatto con photoshop e ad operazione conclusa, rifotografai le foto dei “capolavori”.
Una mascheratina, in sede di stampa finale, per aumentare il senso di distopia e le immagini per le cartoline erano pronte.

Non credo che siano mai arrivate in tutto il mondo, ma sicuramente furono distribuite come volantini alle manifestazioni per la pace.

Roberto Cavallini, 1983 - 2019

IL PUNTO DI PARTENZA E' FERMATI

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io_sechi_revisited.jpgfotografia di Sergio Sechi ( è lui che è arrivato verso le sette, alla fine della performance)marassi_2.jpgfotografia di Marco Marassi che ha posto questa didascalia, pubblicandola su FB: Bonus Track: Cavallini in BN (ha un non so cosa di Eugenio Scalfari).

Il punto di partenza è fermati

La prima volta che andai a piazza Vittorio fu con mia nonna, nei primi anni ’50. Andammo al mercato perché nonna doveva comperare chissà che cosa. Andavo spesso al mercato con nonna, molto più frequentemente a Sanco Simato, come diceva lei, a Trastevere, vicino a casa sua perché lei abitava alla Lungara. Anni più tardi leggendo la targa, scoprii che quella piazza di Trastevere era ed è San Cosimato.
Sono stato, sempre in tempi remoti, anche da MAS, i Magazzini Allo Statuto, dove c’era un bar all’interno, al mezzanino e mi sembrava una cosa di gran lusso. Un bar all’interno di un grande negozio non me lo ricordo neanche a La Rinascente, che però mi piaceva di più.
Mas distava pochi metri da piazza Vittorio.
Mas ora non c’è più, non c’è neanche il mercato che è stato spostato al chiuso alcuni anni fa’ e tra via Conte Verde e via Emanuele Filiberto quei palazzi rimasti tanti anni semi diroccati sono stati ricostruiti richiamando lo stile della piazza e mantenendo nella loro struttura i portici.
Piazza Vittorio ha un perimetro di circa un kilometro. Un kilometro quasi ininterrotto di portici sotto i quali cammina, vive e lavora un’umanità varia, in questa varietà sono comprese etnie di mezzo mondo, oltre ai romani dell’Esquilino e ai romani del centro storico e a quelli di vattelappesca, ai turisti, ai flaneur, ai disoccupati ed ai lavoratori e agli studenti che sono solo stranieri, perché i giovani a piazza Vittorio sono prevalentemente stranieri e sono di tutti i colori e tutti camminano, vanno diretti da qualche parte, tranne i flaneur, che però sembrano poco romantici e più dei perditempo, alcuni hanno perso oltre al tempo anche la strada, ma i portici sono una sicurezza.

Sotto quei portici siamo stati collocati anche noi, una trentina di performer, dalla nostra esuberante capobanda Barbara Lalle, sotto l’occhio fotografico e vigile di Marco Marassi per dare vita a Punto di Partenza, una performance partecipativa, organizzata appunto, da Lalle e Marassi, con la curatela di Roberta Melasecca e il progetto grafico di Alessandro Arrigo che ha pensato bene di elaborare un cartello di invito con su scritto, tra il lusco e il brusco dei marroncini, Fermati, parliamo. Un cartello che ogni performer dovrà usare come strumento di invito.

Sono le quattro del pomeriggio di un sabato di fine ottobre. Sistemo le due sedie da regista in posizione angolare, sotto uno dei portici vicino a via Conte Verde e attendo che qualcuno si sieda vedendo il cartello esposto che invita a fermarsi e a parlare.

Dopo una decina di minuti, lo sguardo incuriosito di una miope si indirizza sul cartello che porto appeso, con una stampella, al colletto della camicia. La stampella me l’ha regalata il gestore cinese del negozio di fronte al quale sono seduto. Al mio invito di accomodarsi, Susanna, ricercatrice dell’istituto superiore di sanità in pensione, che vezzosamente, ma anche incongruamente, visto il suo tailleur di tweed, un po’ troppo pesante per la giornata quasi estiva di ottobre, indossa un braccialetto d’oro alla caviglia, sotto le calze. Abita in zona e ricorda che andava a piedi all’università e che durante le inchieste sulla terra dei fuochi mi confida: “sa quante pressioni abbiamo ricevuto per…ma noi facevamo ricerca scientifica”. Questo pomeriggio passeggia sotto i portici e si ripromette di parlare con gli altri performer, perché… l’iniziativa è molto interessante.

La seconda Susanna, detta anche Su, è una professoressa in pensione di lingua inglese anche lei agée (dipenderà dall’aspetto dell’interlocutore? Che attira signore di una certa età?) vive a Trastevere, abita in via del Mattonato e qui a piazza Vittorio le sembra di stare all’estero, rispetto al resto di Roma, anzi rispetto a Trastevere. Lei è di Liverpool la patria dei Beatles. The best, senza dubbio, a suo dire, anche a mio dire, ma questo non importa. Non ha l’aspetto di una professoressa in pensione perché è just a little bit smandrappata, indossa pantaloni indefinibili e una maglia rosa a maniche lunghe, ma non si capisce se siano indumenti elasticizzati o di due taglie più piccole. E’ sorridente e comunicativa è venuta in Italia dopo la pensione e oltre alla birra, penso che le piaccia la cucina romana. Deve andare a casa.
Arrivederci.
Ciao.

Valentina, l’avevo vista in fondo ai portici che parlava con Emma ed ero un po’ invidioso nei confronti della “collega”, ma Valentina generosamente si è seduta accanto a me senza che ci fosse bisogno di invitarla, occhi azzurro-verdi con capelli tinti di quel rosso che solo chi ha studiato gli impressionisti e visto i film di Eric Rohmer può scegliere. E’ bella e sorridente, abita nelle vicinanze di piazza Vittorio, a Porta Maggiore e si occupa, lavorandoci, di teatro e di animazione, tiene corsi di integrazione interculturale anche nelle scuole (di materiale in zona non manca) ma un certo senso di instabilità lo comunica anche senza dichiararlo. Non ha figli ed in qualche modo lo si poteva capire da un certo tipo di seduttività che metteva in campo. Voleva essere accolta, aveva un modo di guardare che non era la prima volta che incontravo. Lo sguardo di quelle donne che sanno di essere belle, ma la cosa non basta più, perché c’è qualcos’altro che scivola via. Purtroppo fumava, ma molto gentilmente mi chiese se mi desse fastidio ed io mentendo dissi di no, ma lei che aveva capito, cambiò mano allontanando la sigaretta. Ho detto “purtroppo fumava” perché gli incisivi per quanto regolari erano resi opachi e macchiati dalla nicotina, un tratto di trascuratezza che mi sembrò intonato ai portici che ci accoglievano.

Ciao che cosa è questa cosa qui?
Una performance.
Che è?
“Fermati e parliamo”.
Tieni (mi porge un tappo di birra). No grazie non fumo, rispondo.
Di che parliamo?
Di quello che vuoi tu.
Di come si ruba un portafoglio?
Dimmelo tu, che io non sono capace.
Ciao.
Ciao.
Scusa per il mio amico è ubriaco, io vengo dalla Polonia è dal 2002 che sono in Italia, ma non lavoro ed è una settimana che dormo per strada. E’ una bella cosa quella che fate. Se uno si conosce…è meglio…è una bella cosa quella che fate.
L’altro sbraita.
Scusa, devo andare. Ciao.
Ciao.

Ciao e si mette seduto. E’ sulla quarantina, passata da un po’.
Ciao che fai di bello, chiedo?
Beh un po’ lavoro e un po’ non lavoro. Faccio il giornalista e abito qui vicino.
Ciao, ora vado in enoteca.
Ciao.

Sorridente e un po’ imbarazzato non sa come iniziare perché avrebbe potuto partecipare alla performance come uditore, al posto mio magari, ma poi la cosa è saltata. Forse…sarà per la prossima volta...
Eh, tanti anni fa’ abitavo in questa zona, dove mio padre aprì uno dei primi negozi di computer, ai tempi dell’Olivetti M24. Io ho fatto l’informatico e successivamente presi l’incarico all’università e ci andavo a piedi. Poi conobbi una ragazza che diventò mia moglie e prendemmo una casa in una stradina qui vicino. Ora invece abito in viale Libia e per andare al lavoro prendo l’80. Per un sacco di tempo sono andato al lavoro in bicicletta, ma sai che c’è? Con l’80 faccio prima! Poi si guarda la pancia (come lo capisco) e dice che dovrebbe riprendere a pedalare. Magari con quella elettrica. Ora voglio fare un giro, mi dice e parlare con gli altri performer.
Più tardi ci saremmo rivisti in pizzeria.

Lunga, una donna lunga, non semplicemente alta, lunga, col viso lungo e pallido, con i capelli lunghi e bianchi, con una gonna lunga colorata e scolorita, riecheggiante l’abbigliamento femminista degli anni ’70. Lei vuole rimanere in piedi, ma dice subito: E’ bella questa cosa che state facendo! Lo dice perché anche lei si sente un’artista, ma è stata moglie di una persona molto malata e anche gli altri fatti sentimentali sono stati tutti complicati. E racconta: Io sono figlia d’arte, eh sì. Mia madre era fotografa e mio nonno era violinista, io ancora non ho deciso bene in che ambito applicarmi, però mi sento un’artista. Bella cosa quella che state facendo. Ciao e scappa via.
Il mio ciao è rimasto in gola.

Passa una coppia, lei sorregge lui.
Prego accomodatevi.
Magari, il signor Alzheimer ci ha rubato un bel po’ di parole.
Arrivederci.
Arrivederci.

E’ divertente quello che fate.
Prego, sedetevi, dico alle due signore distinte, abbigliate con quello stile che conosco personalmente, di amiche, mogli, amanti.
Ma no, no, non possiamo, noi dobbiamo camminare, ma da quant’è che sei qui?
Dalle quattro. Ah, ma si ferma gente?
Si, si.
Uh, ma che bella gruccia. Che bella idea, quella di appendersi al collo il cartello, con la gruccia. E’ divertente; ma si ferma gente?
Si, si.
Ma che ti dice?
Uno poco fa’ mi voleva parlare di come si rubano i portafogli ma poi non me lo ha detto. Ah è divertente. Ciao. Ciao.

Buonasera.
Buonasera.
Si sieda.
Alto, sorridente dall’aspetto giovanile, eterno ragazzo, anche dopo i quaranta. (Bè, se è eterno!). Mi chiede: Che cos’è quella cosa lì?
Un cartello, dico.
Posso farle una foto, sa io sono un sociologo.
Certo.
E lui, sono quarant’anni che abito in questa piazza.
Bene, dico, così ha potuto osservare i mutamenti antropologici che si sono succeduti nel tempo.
Beh essendo un sociologo… Non è facile spiegare che cosa sia un sociologo.
Anch’io sono laureato in sociologia, abbozzo.
Ah, bene, io faccio il councelor, ma certo i nostri politici… Lei che fa?
Io sono in pensione.
Ah… vive sulle mie spalle, gliela pago io la pensione.
Come io la pagai a chi era in pensione, quando lavoravo.
Ma noi non ce l’avremo la pensione.
Allora se la prenda con chi ha creato le condizioni per un mercato del lavoro basato sul precariato e sul sistema contributivo e non più retributivo.
Qui ci abitano i miei genitori, ora vado da loro. Arrivederci.
Arrivederci.

Si avvicinano le sette ed anche qualcuno che conosco si appropinqua, con la sua fotocamera al collo, è Sergio Sechi. Anche Marco Marassi mi aveva fotografato, un paio di ore prima e devo confessare che accanto ad IN-FINITO di Qwerty mi ci ero seduto apposta. Ahahahahah.

Roma, 30/10/19

Roberto Cavallini













Parole e Ombre

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la Tevere Art Gallery di Roma che accoglierà l’esposizione delle opere.

Parole e ombre

a cura di Arturo Belluardo e Roberto Cavallini

Da domani, ogni martedì e venerdì, Succedeoggi torna a rendere fratelli arte e narrativa. Dopo il successo delle serie di Testo a fronte, le rassegne di racconti illustrati dagli artisti della Galleria Porta Latina di Roma, stavolta a gemellarsi sono narratori e fotografi. L’idea è stata quella di far dialogare tra loro linguaggi diversi, artisti della parola e artisti dell’immagine. Narratori e poeti da un lato, fotografi, pittori, artisti visuali dall’altro.
Per alcune settimane verranno pubblicati racconti e poesie (una ventina in tutto) affiancati da opere realizzate dai fotografi e dagli artisti (i “mostri”) della TAG – la Tevere Art Gallery di Roma. Il tutto culminerà il 23 novembre con un evento alla TAG, dove l’esposizione delle opere verrà affiancata da una performance curata da Barbara Lalle e da interventi di videomapping di Nicola Pavone. Il progetto nasce nell’alveo del Tevere, nell’ansa della Magliana, dove dall’alto del vicino Monte Cucco i fantasmi di Totò e Ninetto Davoli si aggirano in compagnia di Santa Passera, dove il Freddo e il Libanese vanno a sentire Fabrizio De André, nasce su un argine del Dio Fiume dove “il sensibile” stampatore Luciano Corvaglia apre periodicamente le porte della sua galleria, la TAG, ai “mostri”, a tutti i fotografi non professionisti che vi vogliono esporre.
La location particolare, una comunità meticcia di artisti che spaziano in tutti i generi (fotografia, pittura, collage, musica, scrittura) fanno della Tevere Art Gallery un luogo unico a Roma: il desiderio dei curatori di dare spazio a questo mondo attraverso una rivista sempre attenta alle nuove sensibilità ha fatto nascere Parole e Ombre.
Quest’estate, abbiamo chiesto a scrittori affermati e meno affermati, dal giovanissimo Rocco Civitarese al veterano Nino De Vita, di regalarci uno sguardo, un loro micromondo da affidare alle mani degli artisti della galleria. Staffili di parole, sperimentali e tradizionali, di spessore e trama fine sono stati consegnati ai lavoratori dell’immagine. Lo sforzo fatto dai curatori è stato quello di proporre autore ad autore, di affiancare per similitudine o per contrapposizione, privilegiando artisti narrativi e pronti a scendere in profondità. La fotografia svincolandosi dalla concretezza dell’impronta si è inoltrata lungo i percorsi dell’astrazione, del simbolico; c’è chi ha rivisitato il proprio archivio, chi ha realizzato foto nuove, chi ha preferito alla fotografia la pittura o l’installazione. Il risultato è stato particolare, sorprendente.
Lo vedrete, lo valuterete ogni settimana a partire da oggi.
Buone emozioni.

video della serata


http://www.succedeoggi.it/2018/11/ventilate-stanze/ Parole Ombre 10 - Ventilate stanze di Mariagiorgia Ulbar - Acquerello di Alessandro Arrigo

http://www.succedeoggi.it/2018/11/telo-racconto/ Parole e Ombre 9 - Telo racconto di Claudia Colaneri - Fotografie di Vera Castellucci

http://www.succedeoggi.it/2018/11/punto-di-ripristino/ Parole e Ombre 8 - Punto di Ripristino di Simona Baldelli - Fotografia di Sabrina Genovesi

http://www.succedeoggi.it/2018/11/il-gioco/ Parole e Ombre 7 - Il Gioco di Carmen Verde - Fotografia di Alessandro Bortolozzo

http://www.succedeoggi.it/2018/11/il-giorno-dopo-la-pioggia/ Parole e Ombre 6 - Il giorno dopo la pioggia di Lorena Fiorelli - Fotografia di Carmine Frigioni

http://www.succedeoggi.it/2018/10/tanaliberatutti/ Parole e Ombre 5 - Tanaliberatutti di Paolo Vanacore - Fotografia di Sandra Paul

http://www.succedeoggi.it/2018/10/i-pesci-sono-migranti-liberi/ Parole e Ombre 4 - I pesci sono migranti liberi di Michele Caccamo - Fotografia di Giovanna Chessa

http://www.succedeoggi.it/2018/10/giustino/ Parole e Ombre 3 - Giustino di Paolo Restuccia - Fotografia di Stefano Restivo

http://www.succedeoggi.it/2018/10/caleidoscopio/ Parole e Ombre 2 - Caleidoscopio di Rocco Civitese - Fotografia di Emanuele Dini

http://www.succedeoggi.it/2018/10/a-malata/ Parole e Ombre 1 - ’A malata di Nino de Vita - Fotografia di Re Barbus

http://www.succedeoggi.it/2018/10/parole-e-ombre/ Presentazione di Parole e Ombre di Arturo Belluardo e Roberto Cavallini



Psicopompo di Arturo Belluardo - fotografia di Roberto Cavallini

date » 19-11-2018 15:57

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PSICOPOMPO
di Arturo Belluardo




Questo è il primo Natale che passiamo senza mio padre.
Ci siamo radunati tutti attorno a mia madre, a questo mucchietto d’ossa su-perstiti.
Strano che tra lui, torreggiante ed egoista, e lei, sassolino implume e fumante di acido borico, sia morto prima lui.
Una botta secca e malignazza, da far esplodere i capillari del naso, da far scorrere torrenti di muco verde e soffice, da far ruttare dal cuore gli estremi aneliti.
“Sento l’anima partir” e giù sul tavolo, a rovesciare un boccale di Peroni Na-stro Azzurro, a sganciare le bretelle porpora e a farle diventare proietti di fionda sul pranzo dei Morti: pane cunzato con olio, origano, tuma e acciughe, scurria di grano e lenticchie, ossa dei morti, pupi di zuccaro, frutta martorana.
Con impagabile tempismo, mio padre era morto la sera di Ognissanti ed era nuotato via a portare fucili con i fulminanti e bambole di pezza ai bambini del passato. Che oggi non si usa più che le Anime Sante dei Morti portino i regali ai picciriddi, che oggi non si usa più apparecchiare a tavola il posto di chi è trapassato, che oggi non si usa più versare vino sulle tombe di terra fresca e riposata.

“Cu è?”.
“Dolcetto o scherzetto?”.
Mio padre aveva aperto la porta e si era trovato davanti un vampiro, una strega e uno scheletro.
“Ma che è Carnaluare? Che bbulite?”.
“Dolcetto o scherzetto?” voci tremolanti.
“Ofanculo va bene uguale?” e aveva sbattuto la porta.
“Avà, Iano che picciriddi sono! Ma che ci dici?”.
“Ammia ‘stu Allovinni mi ha scassato la minchia! Non era tanto sapurita la Festa dei Morti? No, tutte cose dall’americani amu a pigghiari!” e l’ira se n’era salita funesta alle varici degli occhi “Anzi, sai che ti dico Concetta? Che tu domani mi prepari bella bella la Cena dei Morti come facevamo quannu c’erano i carusi!”.
“Ca cetto. Ma che babbii? Che domani tutte cose chiuse sono.”
“Cristallo di rocca! Tu fai chiddu che dico io!”
Tu fai quello che dico io. Sempre così mio padre. Che ce n’eravamo andati tutti, a lasciarlo sventolare nell’aria fetida il tatuaggio da delfino sull’avambraccio. Il delfino di marinaio di petroliere, di puzza di gas e sentina per le scale della casa popolare a ogni suo ritorno. Il delfino in fuga a Göte-borg dietro buttane svedesi e noi a fetere di fame e solitudine. Il delfino con un foglio di via del Re Gustavo per mai più ritornar. Il delfino che spandeva sentina e gas dopo cinque anni. Ma solo un mucchietto d’ossa sorridenti ad attenderlo.
Io non c’ero più. Ora e per sempre, amen.

“Ora e per sempre, amen”.
La messa di mezzanotte mia madre la vuole nelle Catacombe di San Marzia-no al freddo e al gelo, calcare nero d’umido e capelvenere.
Mia figlia si annoia, rimbalza da un piede all’altro nel suo piumino rosa Winx. Guarda gli affreschi corrosi da gocce minerali e preghiere.
“Chi è quel signore scuro, papà?”
“E’ Gesù, amore mio”.
“E perché ha la pelle marrone?”.
“Perché veniva dal Medio Oriente”.
“E perché ci sono questi pesci?”.
“Sono simboli di Gesù. In greco pesce si dice iktùs...”.
“Come quello del nonno?”.
Sgancio un sorriso e le faccio cenno di tacere.
“Ma il nonno è morto perché aveva un pesce sul braccio?”.
“Quello era un delfino.”
“Anche questo è un delfino” e indica Gesù che a cavallo di un cetaceo tra-ghetta le anime dei morti.
Mia madre ci giubila con uno sguardo di fuoco.

“Mi manca. Tuo padre mi manca. La notte la mia mano lo cerca e lui è lì che russa. Apro gli occhi e non lo trovo. Chiudo gli occhi e ride. Come quando beveva tre Peroni. Si asciuga la bocca con il dorso della mano e ride”.
“E tu?”.
“Io gli chiedo come sta e lui mi dice che ora me ne accorgo pure io”.
“Ma che è? Una persecuzione?”.
“Uh, vatinni tu, che vuoi capire tu di matrimonio che tua moglie te la sei tenuta picca e nenti”.
“Mamma, non davanti alla bambina...”.
“E perché non te la porti in spiaggia, che c’è ‘stu bello sole? Itavinni a fare ‘na passiata che il cloro ci fa bene ai polmoni”.
“E il pranzo di Natale?”.
“E quannu mai cucinasti tu? Non ti preoccupare, itavinni, itavinni, lassatemi sola”.

Fumo e guardo il mare. Sull’orizzonte tumido scorre una petroliera.
“Papà, corri, corri, vieni a vedere”.
Un punto fisso rosa Winx.
“Cosa, amore mio?”.
“Un delfino, papà, un delfino”.
Il mare è una tavola di piombo denso e i raggi rimbalzano. Non ci sono delfini né tonni né squali. Anche la petroliera se n’è andata.
Ma mia figlia non guarda le onde, guarda la sabbia.
Arenata tra alghe e bottiglie di Svelto, c’é una carcassa putrefatta, arrotolata su se stessa. Un uroburos, la coda già divorata, la gabbia toracica bianca e lucida, la testa sfatta, il naso camuso di delfino soffocato dalla risacca.
Granchi e scarabei neri ne percorrono le vertebre sporgenti.
“Torniamo a casa, la nonna ci aspetta”.

L’ascensore non funziona.
“Cos’è questa puzza, papà?”.
Dico alla bambina di aspettarmi al secondo piano e salgo le scale di corsa.
Da un piano all’altro, l’odore di gas e sentina si fa sempre più penetrante, sof-focante.
Apro la porta e il buio si riversa sul pianerottolo.
Premo l’interruttore e la luce non s’accende.

Da Facebook a Scampia - Riflessioni sul libro La Voce degli Occhi

date » 04-07-2018 13:51

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Scorro sullo smartphone i post di Facebook, con l’impegno di chi sta perdendo tempo e mi imbatto nella foto di un ragazzino che mi guarda, mi fermo e ricambio lo sguardo. I social media sono sopraffatti da immagini, certo ogni medium oggi è inflazionato, moltiplicato, ma le parole scritte, anche sul display, le puoi saltare in blocco, mentre le immagini si presentano come un insieme e anche se non le vedi più, rimangono una sollecitazione retinica che si insinua dentro di te. L’impressione del già visto ed il senso di noia e quasi di inutilità di fronte a questo profluvio iconografico mi faceva rispondere, pochi giorni fa, insieme ad un altro fotografo di lunga carriera, ad un giovane attrezzato di reflex, che domandava perché fossimo senza macchina fotografica, che un vero fotografo ormai le foto non le fa più, le pensa solamente.

Ovviamente era una boutade, infatti quel bambino, fotografato seduto su una specie di trono su un ballatoio delle case a Vela della 167 di Scampia, che guarda con serietà, è la dimostrazione che di fotografie ce n’è ancora bisogno.

Che ha di speciale quella fotografia? Per alcuni forse potrebbe rimanere nel novero delle immagini a sfondo sociale, in bianco e nero, di una delle tante periferie italiane. Per me no. Quella immagine racconta, tanto per cominciare, la storia del rapporto tra il fotografo ed il fotografato. Pino Guerra, il fotografo, si è abbassato, si è posto all’altezza del ragazzino, da pari a pari e solo dopo ha scattato. Lo ha posto al centro dell’immagine, ben saldo sul suo trono, sulla convergenza delle linee di fuga disegnate dal cemento a vista che è stata (forse lo è ancora) la “cifra stilistica” dell’edilizia economica e popolare degli anni ’70 ed ’80, in Italia. Non si può andare oltre, la sedia occupa tutto il passaggio, il ragazzino ha la bocca serrata e le mani ben salde sui braccioli, non c’è pietismo, non c’è manierismo fotografico. In quella immagine c’è una sospensione di giudizio, che è un invito a proseguire il viaggio tra le altre fotografie e le parole, di Davide Cerullo, che proseguono parallele ad esse.

Non è facile oggi incontrare fotografie che narrino la storia di ciò o di chi è davanti all’obiettivo, basta fare un confronto con i “Long-Term Projects” del World Press Photo, dove autori di fama internazionale, che hanno realizzato reportage in posti remoti, raccontano con le fotografie più il loro virtuosismo nel costruire geometrie complesse e la capacità di intervenire in post-produzione con alterazioni cromatiche, che il mondo che gli è di fronte.

Pino Guerra, nato a Napoli, nel 1962, fotografo a largo spettro, dalla moda, alla pubblicità, al reportage, ha raggiunto l’obiettivo di raccontare “il mondo delle Vele” insieme alla penna di Davide Cerullo, (Napoli,1974), ex camorrista, ora anche lui fotografo e poeta, con il libro La Voce degli Occhi – Scampia. Viaggio fotografico nel mondo delle “Vele”.

Immagini e parole, assolutamente inscindibili, complementari che sono scaturite da una volontà di comunicare tra chi raccontava e chi si è fatto raccontare.

Scrive Cerullo: «Prima che con l’obiettivo della macchina fotografica, dovevamo metterci il cuore, perché quello ci vuole prima di tutto per frugare tra le croste spellate dell’animo… Era necessario capire che prima di mettere a fuoco e fare una fotografia, bisogna farsi piccoli e prossimi nel quotidiano, nelle relazioni vere con le persone, nella responsabilità del non manipolare le persone, ma onorarle insieme alle loro storie e dolore. Poi forse si può pure fotografare, ma dopo. Allora ci siamo messi a sentire, ad ascoltare voci, storie». E di storie se ne raccontano parecchie in quella sessantina di pagine dense in cui un medium si alterna all’altro e quello che hai davanti agli occhi non sai più se te lo stia narrando di più Davide Cerullo o Pino Guerra.

Quello che mi aveva colpito della prima fotografia è stato poi quello che ho trovato in tutte le altre seguenti immagini, ovvero l’onestà dell’approccio e della visione. «Non vi è immagine nella quale, alla crudezza della sua evidenza, non si contrapponga un segno di intatta purezza che questi protagonisti tuttora conservano, quasi un’ombra, forse il riflesso di uno sguardo che appare più “ragazzino” del lecito, nonostante le armi, nonostante la droga, nonostante quella vita brutta che scandisce la quotidiana esistenza dei piccoli eroi, positivi e negativi, di Scampia».

Si sfoglia il libro e ci si trova di fronte al bacio sulle labbra tra un giovane uomo, (Padre? Fratello maggiore?) e un bambinetto tenuto in braccio, i tatuaggi conferiscono forza simbolica ai bicipiti dell’uomo e ci si chiede se quel contatto di labbra non stia lì a significare un soffio vitale, un destino già segnato, nel bene o nel male. Comunque ci si trova di fronte ad un forte sentimento di amore e di riconoscimento reciproco. E poi a seguire, con sullo sfondo cemento e mille finestre, un pulcinella per ricordarci che siamo a Napoli e poi voltando pagina, un vetro con un foro di proiettile e aldilà delle crepe una “Vela” e di rimando un gruppo di giovani in fondo all’abisso dell’edificio che esibiscono collane d’oro e giubbini Gucci, per ricordarci che Gomorra non è un’invenzione, e poi i gruppi di famiglia intorno al tavolo dove nei volti di padri e madri sembra essere scritto il destino dei propri figli. Tutti si fanno fotografare perché la fotografia è una forma di attenzione e di rispetto, quando le finalità del lavoro sono condivise e la condivisione fotograficamente, tra fotografo e soggetto, ce la comunica anche la prossemica: Pino Guerra usa frequentemente un obiettivo grandangolare che gli consente di inserire, nell’inquadratura, molti elementi dello sfondo ed al tempo stesso di avvicinarsi al soggetto principale, così tanto da condizionarne anche le reazioni, la postura, gli sguardi, in una sorta di dialogo senza parole che conferisce, a chi è davanti all’obiettivo, la consapevolezza di essere il soggetto, l’interlocutore di un dialogo a cui è destinata l’ultima parola.

Il libro di Guerra e Cerullo, [erre] Edizioni, presentato nell’ultima settimana di giugno presso Il PAN, Palazzo Arti Napoli, è inserito in un progetto editoriale “(R)ESISTENZA” associazione di lotta alla illegalità e alla cultura camorristica, tanto che i proventi della vendita del libro saranno devoluti alle attività dell’associazione “Centro Insieme” dei bambini delle vele, con sede presso l’Officina delle Culture “Gelsomina Verde” ed è importante a questo proposito l’altro testo, inserito nel libro, di Eleonora de Majo che è dedicato a Vittorio Passeggio, l’uomo col megafono, lo storico portavoce del Comitato Vele-Scampia.

«Le vele sono un inferno senza Stato… I subalterni senza Stato chiusi come polli in batteria nei mostri di cemento dell’edilizia popolare, sono sempre serviti solo a diventare numeri stratosferici funzionali al consenso elettorale e a fornire manovalanza a basso costo, vite a perdere nella foga di profitto delle holding criminali».

In trentasei anni di lotte e di rivendicazioni il “Comitato di Lotta” degli abitanti delle vele, unica istituzione dei senza-Stato, non ha mai perso di vista l’obiettivo principale della sue vertenze: l’abbattimento delle stesse vele.

Suonano di auspicio, a tal proposito, le parole di Luigi De Magistris, sindaco di Napoli che nella prefazione al libro, afferma: «Lavoriamo con tutta l’urgenza necessaria affinché le parole di Davide Cerullo e le immagini di Pino Guerra siano una testimonianza del passato».

Roberto Cavallini, giugno 2018

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Succedeoggi col titolo Resistenza è una foto lo trovate al seguente link: http://www.succedeoggi.it/2018/07/pino-guerra-la-resistenza-e-una-foto/ , corredato di altre fotografie di Pino Guerra

Il 14 gennaio 2019 si è inaugurata la omonima mostra presso la Biblioteca Marconi di Roma

http://www.panzoo.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=1384%3Apino-guerra-la-voce-degli-occhi-viaggio-fotografico-nelle-vele-di-scampia&Itemid=286&fbclid=IwAR17aocquQXuJIvX-ForeZLjVm4ix0nHmowFO-vHNXmcj34Pb8BsSaolPtU

https://www.facebook.com/events/2354173088145408/




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