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Parole e Ombre

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la Tevere Art Gallery di Roma che accoglierà l’esposizione delle opere.

Parole e ombre

a cura di Arturo Belluardo e Roberto Cavallini

Da domani, ogni martedì e venerdì, Succedeoggi torna a rendere fratelli arte e narrativa. Dopo il successo delle serie di Testo a fronte, le rassegne di racconti illustrati dagli artisti della Galleria Porta Latina di Roma, stavolta a gemellarsi sono narratori e fotografi. L’idea è stata quella di far dialogare tra loro linguaggi diversi, artisti della parola e artisti dell’immagine. Narratori e poeti da un lato, fotografi, pittori, artisti visuali dall’altro.
Per alcune settimane verranno pubblicati racconti e poesie (una ventina in tutto) affiancati da opere realizzate dai fotografi e dagli artisti (i “mostri”) della TAG – la Tevere Art Gallery di Roma. Il tutto culminerà il 23 novembre con un evento alla TAG, dove l’esposizione delle opere verrà affiancata da una performance curata da Barbara Lalle e da interventi di videomapping di Nicola Pavone. Il progetto nasce nell’alveo del Tevere, nell’ansa della Magliana, dove dall’alto del vicino Monte Cucco i fantasmi di Totò e Ninetto Davoli si aggirano in compagnia di Santa Passera, dove il Freddo e il Libanese vanno a sentire Fabrizio De André, nasce su un argine del Dio Fiume dove “il sensibile” stampatore Luciano Corvaglia apre periodicamente le porte della sua galleria, la TAG, ai “mostri”, a tutti i fotografi non professionisti che vi vogliono esporre.
La location particolare, una comunità meticcia di artisti che spaziano in tutti i generi (fotografia, pittura, collage, musica, scrittura) fanno della Tevere Art Gallery un luogo unico a Roma: il desiderio dei curatori di dare spazio a questo mondo attraverso una rivista sempre attenta alle nuove sensibilità ha fatto nascere Parole e Ombre.
Quest’estate, abbiamo chiesto a scrittori affermati e meno affermati, dal giovanissimo Rocco Civitarese al veterano Nino De Vita, di regalarci uno sguardo, un loro micromondo da affidare alle mani degli artisti della galleria. Staffili di parole, sperimentali e tradizionali, di spessore e trama fine sono stati consegnati ai lavoratori dell’immagine. Lo sforzo fatto dai curatori è stato quello di proporre autore ad autore, di affiancare per similitudine o per contrapposizione, privilegiando artisti narrativi e pronti a scendere in profondità. La fotografia svincolandosi dalla concretezza dell’impronta si è inoltrata lungo i percorsi dell’astrazione, del simbolico; c’è chi ha rivisitato il proprio archivio, chi ha realizzato foto nuove, chi ha preferito alla fotografia la pittura o l’installazione. Il risultato è stato particolare, sorprendente.
Lo vedrete, lo valuterete ogni settimana a partire da oggi.
Buone emozioni.

di seguito i link delle singole pubblicazioni:

http://www.succedeoggi.it/2018/11/ventilate-stanze/ Parole Ombre 10 - Ventilate stanze di Mariagiorgia Ulbar - Acquerello di Alessandro Arrigo

http://www.succedeoggi.it/2018/11/telo-racconto/ Parole e Ombre 9 - Telo racconto di Claudia Colaneri - Fotografie di Vera Castellucci

http://www.succedeoggi.it/2018/11/punto-di-ripristino/ Parole e Ombre 8 - Punto di Ripristino di Simona Baldelli - Fotografia di Sabrina Genovesi

http://www.succedeoggi.it/2018/11/il-gioco/ Parole e Ombre 7 - Il Gioco di Carmen Verde - Fotografia di Alessandro Bortolozzo

http://www.succedeoggi.it/2018/11/il-giorno-dopo-la-pioggia/ Parole e Ombre 6 - Il giorno dopo la pioggia di Lorena Fiorelli - Fotografia di Carmine Frigioni

http://www.succedeoggi.it/2018/10/tanaliberatutti/ Parole e Ombre 5 - Tanaliberatutti di Paolo Vanacore - Fotografia di Sandra Paul

http://www.succedeoggi.it/2018/10/i-pesci-sono-migranti-liberi/ Parole e Ombre 4 - I pesci sono migranti liberi di Michele Caccamo - Fotografia di Giovanna Chessa

http://www.succedeoggi.it/2018/10/giustino/ Parole e Ombre 3 - Giustino di Paolo Restuccia - Fotografia di Stefano Restivo

http://www.succedeoggi.it/2018/10/caleidoscopio/ Parole e Ombre 2 - Caleidoscopio di Rocco Civitese - Fotografia di Emanuele Dini

http://www.succedeoggi.it/2018/10/a-malata/ Parole e Ombre 1 - ’A malata di Nino de Vita - Fotografia di Re Barbus

http://www.succedeoggi.it/2018/10/parole-e-ombre/ Presentazione di Parole e Ombre di Arturo Belluardo e Roberto Cavallini



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date: 01-11-2018

tags: rbrt.cavallini@gmail.com, Roberto Cavallini, Arturo Belluardo, Nicola Fano, Succedeoggi, TAG, Tevere art gallery, cavallini, Belluardo, Fano,

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Salvina parla piano di Alessandra Pizzullo - acquerello di Serena Galluzzi

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Salvina parla piano
di Alessandra Pizzullo



Salvina parla piano, dolce. Siamo sole. E non è un caso che siamo sole, di-venteremo amiche, dice.
“Ci addumannai al parroco il permesso di fare il film in confessione e lui mi ha detto: Salvina, devi avere fede, non stai facendo niente di male, anzi è Dio che ti ha messo su questa strada, serve per la tua missione; devi essere semplice e vedrai che tutto andrà bene. Porterai la tua testimonianza. E mi benedisse.”
Così abbiamo anche la benedizione. Sorrido, pensando che a Giannino Cor-tese, che è diventato musulmano, alla moschea di Licata hanno dato la be-nedizione per il film.
Salvina mi regala un’immaginetta di Cristo. E’ biondo con la faccia larga. Ri-preso da una prospettiva sghemba. Sull’immaginetta c’è scritto:

Tu sei il mio capolavoro.
Il mio volto risplende sul tuo volto.
Io ti ho creato a mia immagine.
Io conosco il tuo nome da sempre,
anche il numero dei tuoi capelli
prima che tu nascessi io ti conoscevo.
Ti ho chiamato e sei venuta al mondo
perché ti amo da sempre.

Vedo Gesù seduto in un biancore primordiale che conosce già il numero dei miei capelli e mi chiedo se sa anche che mio cugino Cosimo è completamen-te calvo.
Mi tornano in mente le pagine del mio libretto del catechismo, lo sgorgare in-cessante di arancio dalle pagine spesse, di raggi gialli che partono da un grande occhio, lo sgomento di un mondo parallelo, come una quarta dimen-sione che non aveva niente a che fare con il mio mondo di bambina.
Mentre Salvina guarda le pagine della sceneggiatura, sento in bocca il sapore del pane di Piana degli Albanesi intriso di vino rosso. La mia prima comunio-ne col rito ortodosso, mentre, come una piccola Santa Teresa, mi confondo nell’estasi di Santa Maria dell’Ammiraglio di Palermo e per la prima volta in vi-ta mia capisco la parola sensualità senza riconoscerla. E’ una vertigine e un calore che sale alle guance, al corpo, poi scende giù fino a profondità ancora sconosciute, quasi svengo e mi sento santa, proprio santa. Quando con mia sorella guardiamo le foto della prima comunione, ridiamo di quel vestito da sposa con il velo e la borsetta a forma di cuoricino, il cuore di Gesù. Mia so-rella ha una faccia monella e ribelle; adesso che ci penso non le ho mai chie-sto cosa pensasse quel giorno, ma io ho un’espressione casta e ispirata, con i boccoli lunghi e biondi.
“Forse sono pronta” dice Salvina con la voce che rimbomba nella palestra della scuola elementare di Favara e mi riporta al presente. Proviamo. A volte è troppo dolce e monocorde. Riproviamo.
“Com’è u sucu? Attia sempre t’è piaciuto ‘u sucu chi milinciani… u‘caciu ci u mittisti?”. La battuta della scena con Filippo e Giovanni non le viene bene.
“E’ la memoria o non è chiaro il significato?”
Salvina esita: “Tutt’e due le cose. Forse ho capito, dev’essere come il rosario, le parole sono sempre le stesse, ma si possono assistimari in maniera diver-sa. E’ come quando mi dissero: Salvina, fai una confessione, una preghiera personale. Io dissi no, poi sentii la voce del Signore che diceva vai, pigliai il microfono e parlai davanti a tutti e mi dissero: Ma come sei bella quando pre-ghi, ecco, forse devo lasciarmi andare così a recitare”.
“Vedi, Salvina, la zia Vincenza nel film non vuole sapere se il sugo è buono o no, sta solo riempiendo un vuoto, il silenzio è troppo carico di tensione fra padre e figlio e lei parla, parla e loro non le rispondono mai, è così per tutto il film, nessuno le risponde mai, la zia Vincenza è come un mobile della casa”.
Lei mi guarda bianca e piccola: “Sì, so com’è.”
Qualcuno mi ha detto che suo marito era un animale, che la picchiava. Che quando è morto per lei è stata una liberazione. Non dico nulla.
“Mio marito muriu che io avevo trentadue anni. Sempre una vita riservata ho avuto. Non talio mai la televisione, le cose brutte. Da bambina stavo in colle-gio. Una vita felice la mia. Poi, da grande, sai, sola e con due picciriddi mi sono messa a fare le pulizie nella parrocchia di Sant’Antonino e pulendo di-cevo a Gesù fra me e me Gesù, putissi puliziari ‘u me’ cori comu puliziu st’agnuni e Gesù mi sentì e allora io cominciai a confessarmi e a confessarmi fino a puliziari l’agnuni du’ me cori e ora addiventai ministro straordinario” al mio sguardo interrogativo “do la comunione agli ammalati e tremo sempre quando ho in mano il cuore di Gesù, sempre mi emoziono. E tu?”.
“Sono una che crede nella spiritualità e penso che la nostra vita sia sempre nelle nostre mani” e poi con un volo senza paracadute svio sulla religiosità di mia madre e sulla chiesa ortodossa di Piana degli Albanesi. Lei non conosce né il paese né il rito, non ne ha mai sentito parlare. Allora mi perdo in spiega-zioni e la spiritualità vira sull’architettura della chiesa e sulla storia dei turchi che invadono l’Albania e degli Albanesi che fuggono nel Sud dell’Italia e sui canti bizantini e sulla strana e affascinante lingua che parla mia madre.
Giriamo la scena con Salvina, Filippo e Giovanni: sono seduti a tavola. Salvi-na si emoziona e piange sul serio. Giovanni è intenso e Filippo rabbioso, di una rabbia interiore. L’intensità della scena emoziona tutto il set. Queste per-sone non sono attori, e vivono sulla propria pelle la storia.
“Mi sento meglio, sai, meglio assai ora ca fici a scena.”
I giorni di Salvina sono tutti uguali: si alza, lava i pavimenti, sorride, taglia il pane, scrive ai figli in carcere, uno al Pagliarelli e l’altro a Padova e va a messa, si prende cura dei nipoti e ti racconta che è felice, ma sembra una cit-tà bombardata, che aspetta un soffio per disfarsi in un fumo polveroso.
Ognuno di noi porta dentro l’anima un cane rognoso, un bambino storpio, una peste silenziosa, e quando ce li ritroviamo specchiati negli altri, fuggiamo via. Salvina invece si è presa carico del suo dolore e l’ha messo a disposizione del film.
Mi vengono in mente tutte le mie paure: Salvina che deve girare alle tre del mattino, che deve stare in camicia da notte, lei così pudica, che deve svenire alla processione…ma Salvina parla di sé e per la prima volta le piace, tutto è semplice per lei. Sta puliziannu l’agnuni d’u so’ cori.
Dopo aver girato l’ultima scena, Salvina si alza stanca, il suo viso è radioso, si tiene un fianco con la mano sinistra. Le do un bicchiere d’acqua.
“Grazie, dopo tutti i spaghetti ca mi manciai…” ride e mi abbraccia “grazie grazie. ’Un ti scurdari di mia quannu tinni vai...”.
Sento il calore umido del suo corpo. Trema.
Mentre scrivo questa pagine Salvina mi telefona, è sempre così, tutte le volte che penso a lei mi telefona, dice che mi sente, ride e non si stupisce.
“Lo sapevo che mi stavi pensando”.

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date: 19-11-2018 17:25

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Mastectomia di Mara Ribera - fotografia di Valeria Gradizzi

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Mastectomia
di Mara Ribera


Il giorno che mi hanno diagnosticato un carcinoma alla mammella, si disputavano gli europei di calcio. Udivo gli italiani esultare, nelle case e nei bar, per i goal degli azzurri. Due a zero per noi: la vittoria.
Io invece ero stata sconfitta. Bastonata per bene dalle cellule del mio corpo, ancora una volta. Sono quasi trent’anni che mi danno il tormento, trent’anni in cui i miei leucociti, come soldatini bianchi agli ordini della paranoia, attaccano i tessuti sani scambiandoli per il nemico. Succede quando hai una patologia autoimmune. E non esiste cura.
Però nel mio caso non si muore. Si soffre soltanto. A lungo. Fino alla fine.
Ma non si muore.
In quel caso. Quello autoimmune, intendo.
In questo invece – il cancro – ho qualche probabilità di morire. E morire male.

Quando mi hanno diagnosticato un carcinoma alla mammella ho sorriso. Il senologo che mi ha ricevuto nello studio, con le lastre della mammografia in mano, era pallido in volto, quasi giallo, le sopracciglia a V e gli angoli della bocca piegati verso il basso. Pareva un emoticon di WhatsApp. Non ne ricordo la fisionomia. Non saprei riconoscerlo se lo incontrassi. Nella mia memoria è solo una faccina virtuale.
“È brutto, signora. È brutto, questo nodulo”.
“In che senso?”
“È maligno”.
Io ho mantenuto il sorriso per tutto il tempo dell’esame citologico, tranne quei pochi secondi in cui l’emoticon in camice bianco mi ha comunicato che avrebbe dovuto bucarmi il seno due volte, perché col primo prelievo non aveva aspirato materiale abbastanza.
Gli aghi mi fanno paura.
Ho reagito bene, dicevo. Perché la notizia, come la faccia del senologo, mi sembrava virtuale. Apparteneva a una realtà parallela. Era fatta della stessa materia di cui sono fatti i selfie.
Impossibile che il tumore maligno potesse capitare a me. Io ho già dato. Io ho già sofferto. Io convivo col dolore cronico dalla giovinezza. E poi anche quell’incidente stradale, nel 2012, quasi mi amputavano un piede. E tutte le mie patologie, che una sera di tanti anni fa, a contarle insieme a un’amica prima di addormentarci – come si fa con le pecore – non finivamo più. E ridevamo. Ridevamo di gusto.
Rido sempre dei miei mali, io.
Col carcinoma però non ci riesco ancora. Datemi tempo.
Datemi un consiglio.
Datemi una traccia.
Datemi uno schiaffone per risvegliarmi da questo incubo, o una sculacciata, come a un bambino appena uscito dal ventre della madre. Fatemi nascere ancora.
Fatemi rinascere sana.

Quando il chirurgo mi ha parlato di mastectomia, mi è mancato il respiro. L’uomo che mi opererà entri pochi giorni ha una faccia che non si dimentica. La barba lunga, da ebreo ortodosso. Gli occhi vigili, intelligenti, bagnati da una goccia di timidezza. Mi ha spiegato che ci sarebbe un’alternativa al taglio della mammella, si chiama chemioterapia neoadiuvante. Ti trattano prima dell’intervento con sei cicli endovena, per tentare di ridurre il nodulo, così poi possono salvarti il capezzolo. Forse.
E forse a me la chemioterapia farebbe un bel danno. Forse il mio corpo non riuscirebbe a sostenerla. Potrei aggravarmi, potrei ritornare in quell’inferno impossibile da dimenticare, prima delle moderne terapie che mi hanno promossa al purgatorio della sopportabilità. E quel dolore di un tempo, quello che non riuscivano a controllarlo e che piuttosto preferivo la morte – volevo morire, sì, quante volte avrei voluto morire – quello mi fa più paura di un miliardo di aghi. E della mastectomia. Allora via tutto. Dai, in fondo non ci tengo tanto al mio seno. Che volete che sia, dopo mi farò la quinta misura. Finalmente sarò una maggiorata.
L’ho detto col sorriso.
L’oncologo, seduto vicino al chirurgo, ha approvato: “Meglio, perché con la chemio rischiamo d’impantanarci”.
Io in realtà è una vita che m’impantano, volevo dirgli, e alla fine nel fango ho imparato anche a muovermi bene.
Ma col cancro è meglio muoversi in fretta. E andare molto veloce, più veloce di quelle zampe di zecca che si sono arpionate alla mia carne e vogliono succhiarmi la vita. Così sono stata zitta. E ho continuato a sorridere.
Certo, la chemio potrebbe rendersi necessaria comunque, dopo. Ma anche se fosse, avendo già estirpato il mostro, i medici avrebbero il tempo di personalizzarla per limitarne gli effetti collaterali.
Più tardi, mentre mi lasciavo l’ospedale alle spalle, ripensavo alla ricostruzione. Non è mica semplice. Ti svegli dall’anestesia con un palloncino inserito sotto i muscoli pettorali che si chiama espansore. Ha una valvola, sottocutanea, e attraverso quella ogni settimana ti gonfiano con una siringa di soluzione fisiologica. Un po’ come la revisione delle gomme dell’auto, un po’ come una bambola di un sexy shop. Dopo qualche mese, quando la pelle rimasta si è dilatata abbastanza, torni sotto i ferri e ti mettono la protesi. Ma non è ancora finita, manca il capezzolo, sembri una barbie a metà. Quello arriva più tardi, ricavato dalla pelle di un’altra zona del corpo. E te lo colorano con un tatuaggio. Ma restano le cicatrici.
Giunta a casa mi sono rannicchiata sul letto. Faceva caldo. Non ero più sicura della mia decisione. Il sorriso era scomparso dalle mie labbra. E un pensiero invadente, voluminoso, denso e impossibile da allontanare, stava prendendo forma nella mia mente.
Non voglio.
Non voglio.
Non voglio.
Non voglio.
Il pensiero diventava voce. Lo sentivo uscire dalla gola. Prima era flebile, quasi un lamento strozzato.
Poi si è trasformato in un urlo. Sempre più forte. Sempre più violento. Era così ingombrante che non riuscivo a espellerlo tutto. Allora si è fatto spazio nel mio stomaco, nelle mie tempie, mi ha attraversato come una lama e mi ha squassato il cuore.
Il mio corpo era tutto una negazione. Un inutile disperato rifiuto.
Perché se volere è potere, non volere è impotenza.
Non volere è una supplica.
Dopo, quando ho smesso di piangere e urlare, sono andata in bagno e mi sono guardata allo specchio. Nuda. Anche il capezzolo era triste. Sembrava sapere di essere arrivato alla fine della sua turgida esistenza. Pendeva verso il basso, incupito e scuro. Più a destra l’areola era già retratta, tipico sintomo del carcinoma. È un male che ti fa implodere, che ti risucchia dall’interno, è un buco nero nella galassia del corpo.
Mi sono stupita di quanto sono ancora bella, senza vestiti, nonostante l’età. Ho quarantanove anni. E la mia bellezza è sempre stata il mio scudo, la maschera che nascondeva la malattia, il velo che celava allo sguardo degli altri il dolore cronico. Non sembravo malata, non avevo tatuato addosso il logorio interno che mi rende inadeguata a una vita normale. Ma presto si vedrà. Presto sarò una tela su cui il cancro avrà dipinto le sue allucinate visioni.
Presto sarò un’altra donna.

Stasera c’è aria di temporale e la partita Italia-Germania.
Io non tifo. Penso alla mastectomia.
Cercando su internet ho letto che la chiamano “chirurgia demolitiva”.
Ma chi l’ha inventata questa definizione?
Come se per demolirmi fosse sufficiente tagliarmi una tetta. Come se con tutto ciò che ho vissuto, sofferto, mandato giù a forza, digerito e accettato, il bisturi potesse distruggermi.
Come se la mia indipendenza, il mio bastare a me stessa senza aggrapparmi a niente e nessuno, la mia forza ostinata, la mia passione, la mia inalterata capacità di stupirmi ogni giorno per la bellezza del mondo, temessero la mastectomia.
Demolitiva un cazzo.
I miei vicini urlano in coro, le due squadre sono arrivate ai rigori. Una sfida lunga e sofferta, questa dei quarti di finale, che sta per finire.
La mia inizia ora.

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date: 19-11-2018 17:23

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La spesa di Roberto Todisco fotografia di Ernesto Fiorentino

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La spesa
di Roberto Todisco

Quella mattina Luca ebbe chiare due cose: la prima è che voleva uccidersi, la seconda che non avrebbe mai avuto il coraggio di farlo da solo. Per qualche minuto, mentre dal letto ascoltava i vicini fare colazione oltre il ballatoio, questa consapevolezza lo rasserenò. Furono proprio i vicini a dargli l’idea per mettere in atto la sua risoluzione. La donna, una cinquantenne pallida che Luca chiamava Barbie Giorno dei Morti, si mise a dettare al marito la lista della spesa. Fu così che gli venne in mente il ragazzo di colore che aspettava all’ingresso del supermercato. Luca ricordò di averlo visto lì ogni giorno, appoggiato a una macchina. Sempre in silenzio, sempre sorridente.
Quella sera andò al supermercato, pochi minuti prima della chiusura. Il ragazzo era lì. Per rendere il suo piano più credibile si era fasciato una mano. Riempì il carrello meccanicamente. Arrivò alla cassa e iniziò a poggiare la spesa sul rullo. Mentre la cassiera faceva scorrere i suoi acquisti davanti a uno sguardo annoiato, contornato di eyeliner azzurro, Luca disse:
Il ragazzo lì porta la spesa a casa vero?
La cassiera si voltò.
Chi Gombà? Sembrava perplessa.
Luca alzò un poco il braccio con la mano fasciata. La cassiera inarcò le sopracciglia. Fece gesti per richiamare l’attenzione del ragazzo. Questi si mise il berretto che teneva in mano nella tasca di dietro dei pantaloni ed entrò nel supermercato. Luca lo guardò negli occhi, acquosi e arrossati. Il ragazzo sorrise, come sempre.
Arrivati a casa Luca gli chiese di poggiargli la spesa in cucina. Dentro il ragazzo sembrava a disagio, ma continuava a sorridere. Mentre adagiava con attenzione le borse, Luca sedette al tavolo, poi con un gesto invitò il ragazzo a fare altrettanto.
Devo andare. Disse Gombà.
Il supermercato a quest’ora è chiuso. Hai qualcuno a casa che ti aspetta forse? Chiese Luca. Fremeva, stupidamente non aveva calcolato un’eventualità del genere.
Il ragazzo fece segno di no con la testa.
Allora coraggio, accomodati. Ti offro la cena.
Il ragazzo si sedette, confuso. Ogni tanto provava a sorridere, ma più per darsi coraggio. Appena furono uno di fronte all’altro Luca tirò fuori dalla tasca un grosso mazzo di soldi e lo posò sul tavolo. Il ragazzo indietreggiò istintivamente, facendo fare alla sedia uno stridore fastidioso.
Troppi soldi. Balbettò.
Non sono per la spesa. Disse Luca. Sono diecimila euro e te li porti a casa, se fai un lavoro per me. Gombà continuava a scuotere la testa. Mi capisci vero? Poi da sotto al tavolo estrasse una pistola e la mise accanto alle banconote. Anche l’ultimo sorriso svanì dalle labbra del ragazzo. Non devi avere paura, provò a rassicurarlo Luca, non ho intenzione di farti del male. Anzi questo è il tuo giorno fortunato. Fai quello che ti dico di fare ed esci da quella porta con diecimila euro e la tua vita cambia da così a così.
Cosa tu vuoi? Chiese Gombà.
Mi devi sparare. Voglio che tu mi uccida. Poi esci da qui con i tuoi soldi e nessuno verrà mai a cercarti. Cambia città, fa quello che vuoi. Hai la possibilità di ripartire da capo. Fra la spesa che hai portato c’è una confezione di guanti di lattice, indossali prima di farlo.
Il ragazzo taceva, ma aveva un’espressione intensa.
Allora, siamo d’accordo? Chiese Luca. Dei due sembrava lui, ora, quello agitato.
Non ti importare vivere? Disse alla fine il ragazzo.
Luca si sentì di colpo esausto, non aveva nessuna voglia di discutere le ragioni della sua scelta.
Non devi preoccuparti di niente tu. Meno sai, meglio è. Tagliò corto, con voce roca.
Il ragazzo senza dire altro prese il portafogli dalla tasca, ne tirò fuori la fotografia di una giovane donna e la mise sul tavolo, fra la pistola e i soldi.
Facciamo patto diverso. Disse il ragazzo.
Luca era passato per quella strada tantissime volte, gettando sguardi di desiderio e ripulsa verso le ragazze che sedevano attorno ai fuochi. Nell’aria c’era odore di nafta e di pioggia. Gombà guidava la sua macchina. Si addentrarono per vicoli con cumuli di spazzatura ai bordi. Il ragazzo accostò e gli fece segno con gli occhi. Luca aprì il portadocumenti e tirò fuori la pistola. Qualche prostituta si avvicinò, ma alla vista dell’arma scapparono via. Solo una rimase. Luca riconobbe la ragazza della fotografia. La pelle nuda, scossa da un tremito, luccicava alla luce dei falò. Luca, sceso dalla macchina, sparò due colpi in aria. La ragazza infossò la testa nelle spalle. Piangeva. Luca la superò e passandole accanto le mormorò, Vai. Da una baracca di lamiera uscirono due uomini, pistole in pugno. Mentre alzava il braccio Luca vide con la coda dell’occhio la ragazza correre verso la macchina. La sentì partire. Luca sparò verso quegli uomini. Una, due, tre volte. Sentiva solo un fischio acuto nelle orecchie e la mano formicolargli. Vide quegli uomini cadere a terra. Sentì l’umido denso del sangue inondargli i vestiti. Provava solo un leggero bruciore, come se la pace gli entrasse dentro attraverso la pelle.




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date: 19-11-2018 17:12

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Di Roma e altre piogge di Fabrizio Patriarca - fotografia di Marco Marassi

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Di Roma e altre piogge
di Fabrizio Patriarca

E non ricordavi nulla, la pioggia era soltanto scroscio di tamerici salmastre e rigagnolo su volti silvani, memoria o coincidenza di pose decadenti, con qualche goccia petrarchesca, innocui temporali marinisti, e una pozza di storie tremende, anche tremendissime, sulle insidie dei rovesci, del fortunale infausto, che adesso cominciavano con un passante travolto dalla camionetta impazzita – mai fidarsi del selciato: austerità, aridità! – il passante con l'ombrello come un gomitolo di spire, un personaggio alla Raymond Queneau, forse una delle mille vite di Jacques L'Aumone, magari era proprio Roland Barthes, schiantato dal furgoncino assassino, fine-della-vita-fine-del-desiderio, e non sai se piovesse davanti al Collège de France, di sicuro non ricordi l'ora esatta, ma che morte sottile! Senz’altro stava per piovere, e là terminava la parabola strutturalista, dove cominciava uno strambo mito della leggerezza, poi qualcuno pioggia o non pioggia ci avrebbe ricamato sopra una mascheroneide dell'effimero, una predica tamburellante, perché bastava aggiungere un caffettuccio con chiacchiere, spostare la vicenda collettiva tra i viottoli meno flaneuristici dell'Urbe, collocare quattro guitti all'aperto di un teatrino et voilà era servito il sogno vitalista dell'estate romana, l'antidoto a certa grandeur olezzante di maldigerito nietzscheanesimo: l'estate dell'effimero, l'effimero usava dire realizzato, mandato giù a furia di sentenze, la pioggia dei referti, dei conti, dei dispacci comunali, brigate di marrani, bargelli disorientati dal palpito del jazz, aspiranti sindaci con referenze fondiarie, aspiranti assessori con referenze cabarettistiche, ma soprattutto aspiranti, nel brago postlatino. Urbe còndita e condìta, nel frattempo sotto il velo d'acqua mulinante a prora degli speroni aureliani – transito di checche usava dire sbiadite, mercé di libagioni per pennaioli e pennisti e sandripenna dell'ultima ora, quelli protervi e senza un briciolo di stile, comunque cazzi loro – l'animale sommerso drizzava le pinne, gonfiava le sue branchie colossali, e tu leggiucchiavi di straforo nelle antologie di Vigolo o Muscetta: un Belli esorbitante (Quattro angioloni co' le tromme 'n bocca / Se metteranno uno pe' cantone / A ssonà: poi co' tanto de vocione / Cominceranno a dì: "Fôra a chi ttocca"), il Belli der giudizzio, perché dentro la palingesi universale ci cade sempre bene l'ouverture temporalesca (come peraltro ti dimostrava il Montale d'Arsenio, coi turbini, la polvere, i mulinelli e i cavalli incappucciati e tutte le altre sagome sdrucciole che apparecchiavano apocalissi fradicie, o bagnaticce, o insomma: inzaccherate quel giusto). Agli altri bastava un Trilussa preso di scorcio, un trilussino facile-crepuscolare, come certe logore stampette in casa della bisnonna (e il suo cuore tenerello, assieme al pentolino d'ordinanza che bullicava sul fuoco – riso e lenticchie, i capisaldi, aut fittissima pasta e fagioli): Su l'archetto ar cantone de la piazza / ar posto der lampione che c'è adesso, / ce stava un Cristo e un Angelo de gesso / che reggeva un lumino in una tazza. / Più c'era un quadro, indove una regazza / veniva libberata da un ossesso: / ricordo de un miracolo successo / sbiadito da la pioggia e da la guazza. Poi venne la pioggia dei viaggi, pochi all'inizio ma belli da far tremare, e di quel bacio alla fermata del 671, quello che t'avrebbe saldato alla memoria i caduti della Montagnola, perché la piazza era l’omonima, con la pasticceria e il föhn rovente dei krapfen sulle tielle, e avevate litigato come due stronzi: in te batteva una grandine di rimorsi, ma lei ti aveva raggiunto in bicicletta e quando eri sceso l'avevi trovata là, sotto la pioggia, col fiatone e i capelli appiccicati alle tempie, arrotolati (sempre dalla pioggia) su quegli zigomi impercettibili, e lì ti aveva guardato coi suoi occhi cilestri di estenuata fanciulla moraviana, gli occhi di una malata uscita da certe pagine cupe, cupissime dei Racconti della Pescara, e tu allora avevi lasciato che ogni suggestione fosse risucchiata dal suo bacio incattivito, perché era come se dicesse: via, lasciamo stare, ché tanto finiremo per annegare in tutta questa pioggia, ed era il millenovecentottantanove, non l'altro ieri, avevi diciassette anni, la pioggia fino a quel giorno ti era sempre rimasta indifferente. Intanto, come l'ultimo parvenu arrivato tardi a cena, con una scusa colossale dietro al sorriso smaltato, scorticavi i romanzi del tuo Robbe-Grillet per non capirci quasi niente: la pioggia toccava le persiane e infastidiva tua madre, le cui predilezioni letterarie sono rimaste per te un mistero impenetrabile, di fatto per molti anni ti è sembrato che leggesse solamente quell'unico romanzo di Liala, Il pianoro delle ginestre – il tuo animo leopardiano non sapeva se sdegnarsi – ma ecco: due giorni prima di morire, fissando tuo padre che usciva di casa col suo completo di lino al cospetto di un improbabile acquazzone di settembre, ha sfoderato all'improvviso due versi di Pascoli: Oh! Valentino vestito di nuovo, / come le brocche dei biancospini, e tu subito a chiederti quale nubifragio di romanzetti d'appendice avesse sommerso quella chincaglieria scolastica, e quale soprattutto il miracolo che l'aveva testardamente riportata a galla: tuo padre molto abbronzato, forse un po' troppo date le circostanze, un Paul Newmann imbolsito nella zona ventrale dalla consuetudine coi ristorantini prediletti – l'immancabile flûte di Foss Marai, un paio d’astici alla catalana, la carampana sterminatrice di ostriche qualche tavolo più in là che fruga nella tritumea del ghiaccio (gira voce che sia dedita allo strozzinaggio) e t'impartisce soave la sua mollezza di parrucca allo spiedo. Vorresti mandarla usa dire affanculo invece decidi di scrutarla di traverso, mimetizzando l'occhiata dietro un'ascesa di bollicine, e il tuo delirio sale agli astri ormai. Montale, Mediterraneo. Ma adesso piegati, fa' il favore, ritorna a certi paragrafi insistentemente piovosi o pluvialmente insistiti dei gialli da quattro soldi che macinavi da ragazzino, ruderi di città americane immerse nel piovasco perenne, le mura usava dire sbreccate e dietro ogni angolo l'emissario della Funzione Negativa pronto a massaggiarti le gengive con un cric, torva metempsicosi dei bulli che affollavano le tue peraltro eminentissime salesianissime privatissime scuole medie e superiori. La pioggia, evocata solum per onomatopea, chiudeva il poemetto di T.S. Eliot che citavi alla tua ragazza di allora – shanti shanti shanti, come la divinità indiana della pace – che per avventura o forse per un sferica coincidenza si chiamava Irene. La pioggia sopra il tuo presente, guarda: allaga la scrivania. La spruzzata dei maledetti relativi che occorrono per imporre al paragrafo un ritmo scrosciante quando provi a salvare un pezzo di memoria: come il ritratto di Azzurra che avevi fatto fare a Place du Tertre, il carboncino che sfrigolava sulla carta ruvida seguendo la piega dei capelli e sembrava un giro snervante di compasso (maledetto John Donne, che si è fregato le metafore migliori) ma quella snervata era lei, perché non ne poteva più, nonostante il bacio alla Montagnola: il ritratto era scivolato in una cartelletta, e dalla cartelletta a una borsa di pelle, quindi in un cassetto al piano seminterrato nella casa dei tuoi, infine dentro una grossa busta marrone in garage, tra le radiografie di fratture infantili e i referti oncologici dei tuoi antenati. Un giorno la pioggia ha allagato tutto, dalle rade dell’Infernetto fino ai calli di Vitinia, e quando ti sei messo a cercare hai ripescato in quella melma un fogliaccio stinto e stracciato. Allora finalmente, quindici anni dopo la vostra notte in treno – alla Gare de Lyon eravate scesi indolenziti, tenendovi per mano sotto una pioggia fatta di spilli – allora e solo allora hai ricordato veramente il suo viso.

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date: 19-11-2018 16:54

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Da Facebook a Scampia - Riflessioni sul libro La Voce degli Occhi

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Scorro sullo smartphone i post di Facebook, con l’impegno di chi sta perdendo tempo e mi imbatto nella foto di un ragazzino che mi guarda, mi fermo e ricambio lo sguardo. I social media sono sopraffatti da immagini, certo ogni medium oggi è inflazionato, moltiplicato, ma le parole scritte, anche sul display, le puoi saltare in blocco, mentre le immagini si presentano come un insieme e anche se non le vedi più, rimangono una sollecitazione retinica che si insinua dentro di te. L’impressione del già visto ed il senso di noia e quasi di inutilità di fronte a questo profluvio iconografico mi faceva rispondere, pochi giorni fa, insieme ad un altro fotografo di lunga carriera, ad un giovane attrezzato di reflex, che domandava perché fossimo senza macchina fotografica, che un vero fotografo ormai le foto non le fa più, le pensa solamente.

Ovviamente era una boutade, infatti quel bambino, fotografato seduto su una specie di trono su un ballatoio delle case a Vela della 167 di Scampia, che guarda con serietà, è la dimostrazione che di fotografie ce n’è ancora bisogno.

Che ha di speciale quella fotografia? Per alcuni forse potrebbe rimanere nel novero delle immagini a sfondo sociale, in bianco e nero, di una delle tante periferie italiane. Per me no. Quella immagine racconta, tanto per cominciare, la storia del rapporto tra il fotografo ed il fotografato. Pino Guerra, il fotografo, si è abbassato, si è posto all’altezza del ragazzino, da pari a pari e solo dopo ha scattato. Lo ha posto al centro dell’immagine, ben saldo sul suo trono, sulla convergenza delle linee di fuga disegnate dal cemento a vista che è stata (forse lo è ancora) la “cifra stilistica” dell’edilizia economica e popolare degli anni ’70 ed ’80, in Italia. Non si può andare oltre, la sedia occupa tutto il passaggio, il ragazzino ha la bocca serrata e le mani ben salde sui braccioli, non c’è pietismo, non c’è manierismo fotografico. In quella immagine c’è una sospensione di giudizio, che è un invito a proseguire il viaggio tra le altre fotografie e le parole, di Davide Cerullo, che proseguono parallele ad esse.

Non è facile oggi incontrare fotografie che narrino la storia di ciò o di chi è davanti all’obiettivo, basta fare un confronto con i “Long-Term Projects” del World Press Photo, dove autori di fama internazionale, che hanno realizzato reportage in posti remoti, raccontano con le fotografie più il loro virtuosismo nel costruire geometrie complesse e la capacità di intervenire in post-produzione con alterazioni cromatiche, che il mondo che gli è di fronte.

Pino Guerra, nato a Napoli, nel 1962, fotografo a largo spettro, dalla moda, alla pubblicità, al reportage, ha raggiunto l’obiettivo di raccontare “il mondo delle Vele” insieme alla penna di Davide Cerullo, (Napoli,1974), ex camorrista, ora anche lui fotografo e poeta, con il libro La Voce degli Occhi – Scampia. Viaggio fotografico nel mondo delle “Vele”.

Immagini e parole, assolutamente inscindibili, complementari che sono scaturite da una volontà di comunicare tra chi raccontava e chi si è fatto raccontare.

Scrive Cerullo: «Prima che con l’obiettivo della macchina fotografica, dovevamo metterci il cuore, perché quello ci vuole prima di tutto per frugare tra le croste spellate dell’animo… Era necessario capire che prima di mettere a fuoco e fare una fotografia, bisogna farsi piccoli e prossimi nel quotidiano, nelle relazioni vere con le persone, nella responsabilità del non manipolare le persone, ma onorarle insieme alle loro storie e dolore. Poi forse si può pure fotografare, ma dopo. Allora ci siamo messi a sentire, ad ascoltare voci, storie». E di storie se ne raccontano parecchie in quella sessantina di pagine dense in cui un medium si alterna all’altro e quello che hai davanti agli occhi non sai più se te lo stia narrando di più Davide Cerullo o Pino Guerra.

Quello che mi aveva colpito della prima fotografia è stato poi quello che ho trovato in tutte le altre seguenti immagini, ovvero l’onestà dell’approccio e della visione. «Non vi è immagine nella quale, alla crudezza della sua evidenza, non si contrapponga un segno di intatta purezza che questi protagonisti tuttora conservano, quasi un’ombra, forse il riflesso di uno sguardo che appare più “ragazzino” del lecito, nonostante le armi, nonostante la droga, nonostante quella vita brutta che scandisce la quotidiana esistenza dei piccoli eroi, positivi e negativi, di Scampia».

Si sfoglia il libro e ci si trova di fronte al bacio sulle labbra tra un giovane uomo, (Padre? Fratello maggiore?) e un bambinetto tenuto in braccio, i tatuaggi conferiscono forza simbolica ai bicipiti dell’uomo e ci si chiede se quel contatto di labbra non stia lì a significare un soffio vitale, un destino già segnato, nel bene o nel male. Comunque ci si trova di fronte ad un forte sentimento di amore e di riconoscimento reciproco. E poi a seguire, con sullo sfondo cemento e mille finestre, un pulcinella per ricordarci che siamo a Napoli e poi voltando pagina, un vetro con un foro di proiettile e aldilà delle crepe una “Vela” e di rimando un gruppo di giovani in fondo all’abisso dell’edificio che esibiscono collane d’oro e giubbini Gucci, per ricordarci che Gomorra non è un’invenzione, e poi i gruppi di famiglia intorno al tavolo dove nei volti di padri e madri sembra essere scritto il destino dei propri figli. Tutti si fanno fotografare perché la fotografia è una forma di attenzione e di rispetto, quando le finalità del lavoro sono condivise e la condivisione fotograficamente, tra fotografo e soggetto, ce la comunica anche la prossemica: Pino Guerra usa frequentemente un obiettivo grandangolare che gli consente di inserire, nell’inquadratura, molti elementi dello sfondo ed al tempo stesso di avvicinarsi al soggetto principale, così tanto da condizionarne anche le reazioni, la postura, gli sguardi, in una sorta di dialogo senza parole che conferisce, a chi è davanti all’obiettivo, la consapevolezza di essere il soggetto, l’interlocutore di un dialogo a cui è destinata l’ultima parola.

Il libro di Guerra e Cerullo, [erre] Edizioni, presentato nell’ultima settimana di giugno presso Il PAN, Palazzo Arti Napoli, è inserito in un progetto editoriale “(R)ESISTENZA” associazione di lotta alla illegalità e alla cultura camorristica, tanto che i proventi della vendita del libro saranno devoluti alle attività dell’associazione “Centro Insieme” dei bambini delle vele, con sede presso l’Officina delle Culture “Gelsomina Verde” ed è importante a questo proposito l’altro testo, inserito nel libro, di Eleonora de Majo che è dedicato a Vittorio Passeggio, l’uomo col megafono, lo storico portavoce del Comitato Vele-Scampia.

«Le vele sono un inferno senza Stato… I subalterni senza Stato chiusi come polli in batteria nei mostri di cemento dell’edilizia popolare, sono sempre serviti solo a diventare numeri stratosferici funzionali al consenso elettorale e a fornire manovalanza a basso costo, vite a perdere nella foga di profitto delle holding criminali».

In trentasei anni di lotte e di rivendicazioni il “Comitato di Lotta” degli abitanti delle vele, unica istituzione dei senza-Stato, non ha mai perso di vista l’obiettivo principale della sue vertenze: l’abbattimento delle stesse vele.

Suonano di auspicio, a tal proposito, le parole di Luigi De Magistris, sindaco di Napoli che nella prefazione al libro, afferma: «Lavoriamo con tutta l’urgenza necessaria affinché le parole di Davide Cerullo e le immagini di Pino Guerra siano una testimonianza del passato».

Roberto Cavallini, giugno 2018

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Succedeoggi col titolo Resistenza è una foto lo trovate al seguente link: http://www.succedeoggi.it/2018/07/pino-guerra-la-resistenza-e-una-foto/ , corredato di altre fotografie di Pino Guerra

Il 14 gennaio 2019 si è inaugurata la omonima mostra presso la Biblioteca Marconi di Roma

http://www.panzoo.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=1384%3Apino-guerra-la-voce-degli-occhi-viaggio-fotografico-nelle-vele-di-scampia&Itemid=286&fbclid=IwAR17aocquQXuJIvX-ForeZLjVm4ix0nHmowFO-vHNXmcj34Pb8BsSaolPtU

https://www.facebook.com/events/2354173088145408/




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date: 04-07-2018 13:51

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