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Fuga di Notizia di Vins Gallico - fotografia di Alessandro Romagnoli

19-11-2018 16:51

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Fuga di notizia
Vins Gallico


I vecchi a un certo punto tornano bambini e, superato quel crinale, bisogna trattarli come tali. Bisogna imboccarli, lavarli, rassicurarli, cambiarli, guidarli, a volte bisogna anche prenderli in braccio o sulle spalle.
Probabilmente Enea non pensò tutto questo mentre la città gli bruciava alle spalle, ma agì d'istinto, spronato dall'urgenza e dall'adrenalina e fece segno al padre Anchise di saltargli in groppa.
A cavacecio, si sarebbe detto a Roma secoli e secoli dopo.
Sono innumerevoli le raffigurazioni pittoriche e i riferimenti iconografici che riprendono il mito di Enea, il profugo della guerra di Troia che tende i muscoli, stringe i denti, sfida la cervicale e suda sotto il peso delle ossa malridotte di Anchise.
Per mano conduce il figlioletto, il piccolo Iulo Ascanio.
Perché se i vecchi tornano bambini, in tempi difficili i bambini sbocciano prima e diventano uomini, procedono con le loro gambe, attingono a bacini energetici sproporzionati, senza lagne, senza capricci.

L'uomo guarda il padre, mentre scendono dall'auto. Non vivono tempi difficili. L'Italia del 2017 non è in guerra, ci si lamenta per la mancata qualificazione ai Mondiali di calcio dell'anno successivo, per la situazione di vaghezza politica, per gli scioperi del venerdì dei mezzi di trasporto, ma nonostante la crisi, si vive. Si vive in una bulimica tranquillità, in un soffritto di preoccupazioni ingigantite e una minestra di problemi reali. Non vuole generalizzare l'uomo. Questa situazione è quella che lo riguarda: vive, vivacchia per certi aspetti, sopravvive per altri. Grazie al suo stipendio arriva a fine mese senza concedersi grandi lussi.
Anche suo padre si mantiene su una linea di sobria decenza, con la pensione. È senz'altro più vecchio di Anchise, così come l'uomo è più vecchio di Enea. Se sbirciassimo nelle loro carte d'identità scopriremmo che hanno 77 e 38 anni. L'anziano è relativamente in forma dal punto di vista fisico, a parte che non ci sta più con la testa.
"Mi hanno parlato di questo posto e te lo volevo mostrare", dice l'uomo indicando la salita. Su entrambi i cigli della strada gli alberi incombono con le loro foglie secche, mentre il verde muschioso della natura rasoterra è una tigre in agguato: dorme, ma potrebbe aggredire l'asfalto in un attimo.
I due uomini aggirano la sbarra che impedisce alle macchine di proseguire.
"Mi sembra una cosa buona... praticamente", risponde il padre con occhi dubbiosi.
Lo dice spesso, che è una cosa buona... praticamente. Ormai si aggrappa a formule vuote, l'Alzheimer gli sta mangiando il cervello, i ricordi, le connessioni, e per interagire con il mondo esterno, quel mondo sempre più sconosciuto e pieno di insidie, si appiglia a frasi fatte, giri di parole trattenuti nella rete dalle maglie troppo larghe della mente, ripetizioni avverbiali ossessive come tamburi.
Per quasi quarant'anni ha insegnato latino e greco a scuola, il tipico professore severo, al limite della pedanteria. Declinazioni, coniugazioni, ablativi assoluti, aoristi sono stati le basi sulle quali ha costruito la propria esistenza. Lo hanno sorretto quando è rimasto vedovo e smarrito. Più che appoggiarsi alla fragile scenografia che fa da sfondo alle esistenze, a quella combinazione di cartapesta e passato, si è ritrovato come un burattino in trappola, sostenuto dai fili della classicità.
Il classico, l'antico, l'andato. Per lui è sempre stato così. Anche prima della malattia ha vissuto in un altro mondo, in un altro tempo, così l'uomo ha sentito dire del padre: sempre sbadato, poco manuale, poco pratico, fra le nuvole di Aristofane.
Gli affiora il ricordo di un viaggio in estate, a Siracusa, trent'anni prima, spettatori di una tragedia greca.
In contemporanea c'era una partita dell'Italia ai Mondiali, ottavi di finale contro la Francia. Una parte del pubblico fissava la discesa agli inferi di Alcesti, la viltà del marito Admeto, l'intervento di Ercole; l'altra parte era incollata alle radioline gracchianti.
Anche quella volta non andò bene alla nazionale del calcio.
Era una fase in cui l'uomo era ancora figlio, senza responsabilità, con i suoi otto anni, e un cuscino poco morbido sui gradoni dell'anfiteatro e una madre ancora viva che lo aspettava al ritorno a casa dalla trasferta.
"Qua c'era un fiume, vero?", osserva il vecchio indicando le pietre che costeggiano la strada moderna.
"Credo fosse la via antica, papà, lo vedi che sono tutte lastricate? È il selciato romano".
"Mi sembra una cosa buona... praticamente".
Avanzano a passi lenti, aritmici. Ogni tanto il padre si ferma, l'uomo lo aspetta. Ogni tanto è l'uomo a fermarsi prima che lo faccia il padre, quando gli sembra che stia per accusare la stanchezza.
Giungono in un punto in cui l'asfalto muore e cede il posto alla proprietaria precedente, la terra erbosa. Da lì si apre la valle che abbraccia Rocca di Papa e Grottaferrata. Ancora più a sud, nascosto dai declivi ricoperti di un manto autunnale, s'affossa il lago di Albano.
Una volta qua non era tutta campagna, tanto tempo fa era tutto vulcano.
L'uomo aspetta il momento buono per parlare al padre. Ha letto di un anfiteatro del II secolo d.C, che dovrebbe trovarsi a poche centinaia di metri. E quella natura addormentata e furtiva che stanno attraversando, due millenni prima, era considerata un Bosco Sacro. La teatralità e la religiosità sono elementi che si sposano bene con la notizia, l'annuncio che vuole dargli.
"Qua devono avere scavato, vero?", osserva il vecchio indicando il suolo dissestato.
"Sembrerebbe di sì", risponde l'uomo che non è esperto di quelle cose, "Forse cinghiali o talpe".
"Forse qualcuno a cavallo".
I piccoli solchi sul terreno potrebbero essere stati causati dagli zoccoli di un cavallo se non fosse che sono estremamente vicini. Estendendosi su una superficie talmente limitata, potrebbe essere stato soltanto un cavallo monozampa.
“Forse”, risponde l'uomo.
C'è un sentiero che costeggia il dirupo, che sfuma nello strapiombo fra rovi di more. Le antiche rovine sulla sinistra appaiono e scompaiono alla vista dei due uomini, come geyser di pietra, come miraggi archeologici. C'è una brutta doppia rete metallica a impedire l'accesso all'anfiteatro.
Ecco laggiù un varco, sembrerebbe. E invece è soltanto l'illusione ottica. Non c'è nessun passaggio. L'uomo e il padre sbirciano attraverso la protezione. Per un istante l'uomo ha sperato di trovare l'anello che non tiene, quello della poesia di Montale, quel cuneo, quel pertugio dove far incuneare la verità.
“Papà, te la ricordi I limoni?”.
Ovviamente non ricorda la poesia. È un modo per dargli l'impressione che non lo considera troppo malato. Una volta è capitato che citasse ancora Plauto.
“Neanch'io me la ricordo”.
Guardano i gradoni dell'anfiteatro. Quanto saranno alti? Quarantacinque, cinquanta centimetri? È una misura significativa già molto per l'uomo.
“Papà, che ne dici di diventare nonno?”.
Il vecchio non capisce subito. L'uomo deve spiegare in maniera più esplicita: lui e la compagna aspettano un bambino, il padre diventerà nonno, e l'uomo diventerà padre.
Quando nascerà il piccolo sarà alto, anzi lungo quanto quei gradoni. E l'uomo s'immagina di tornare lassù camminando verso il Monte Tuscolo. Di arrampicarsi sulla salita con il figlio sulle spalle, di insegnargli come affrontare le discese con i piedi messi in obliquo.
“Mi sembra una cosa buona... praticamente”, dice il vecchio con gli occhi lucidi.
Quello che le parole non dicono, lo rivelano l'umidità e la lucentezza dello sguardo.
E così tornano verso l'auto, piano piano, il padre che si appoggia al braccio dell'uomo, che s'immagina il piccolo davanti a loro, dai passi incerti e curiosi.
E ripensa a Enea, ad Anchise e Iulo.
Non sta fuggendo da una città in fiamme, da una guerra, da una carestia. Non ricorda se fosse stato Sofocle a scrivere: “Fuggire, fuggire, ma essendo fuggito dove restare?”. Il padre non lo ricorderà più di certo. Eppure l’uomo saprebbe dove restare. Sa che non sta scappando, sa verso cosa sta fuggendo. Se con fuga si può intendere una corsa, una frenesia.
Ma dove sia diretto, ecco, quello non vuole dirlo a nessuno.

Che ti Guardi di Manuela D'Aguanno - fotografia di Enrico Graziani

19-11-2018 16:49

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CHE TI GUARDI
di Manuela D’Aguanno


Che ti guardi? Sembra dire lui mentre fa un altro tiro. Che ti fumi? Vorrei dirgli io.
Io che ho smesso da poco. Che fumavo cinquanta sigarette al giorno. Che ho detto basta alla schiavitù del tabacco.
Che ti fumi? Vorrei dirgli io. Io che mi arrampicherei con le unghie per rubargli anche solo un tiro. Che metterei la mano in tasca per tirare fuori 50 euro solo per avere il suo mozzicone. Da sturare.
Che ti guardi? Sembra chiedermi con quell’aria da adulto. E chi guarda? Io non guardo proprio niente. Vorrei rispondergli io. Io che da adulto in quel momento ho solo l’età, mentre guardo (eccome!) il culo di sua madre (sua madre?). Chiappe rotonde e sode, con un filo di cotone bianco in mezzo. Chiappe popolari. Che sanno di carne. Che se le stringi con le mani emergono in mezzo alle dita come fosse l’impasto del pane.
Io non guardo proprio niente. E’ lei che è uscita sul balcone mezza nuda. (Sua madre? E’ troppo per me chiedermi se non lo è). E sei mezzo nudo pure tu. Anzi, forse tutto nudo. Ragazzino. Perché sei piccolo e non esisti dalla cintola in giù. Ti si vedono le costole, ragazzino. Solo quelle. E la faccia da adulto. I capelli corti appena spettinati e la faccia da adulto. E le costole.
Ma quanto dura ‘sta sigaretta? Buttala, buttala ragazzino! Vorrei gridare io. E mi vedo strisciare lungo il bordo del marciapiede sporco per farmi una tirata. L’ultima. L’ultima della cicca. Come un drogato. E come un drogato prenderei a morsi il culo di sua madre. Come fosse lei l’ultimo tiro.
Cavallo rosso a dondolo la sua coda. Blu alla radice. Culo e capelli. Solo questo vedo di lei che invece si vede quasi tutta sul balcone. Ma io vedo solo coda rossa di cavallo a dondolo e chiappe rotonde.
Che ti guardi? E’ vero guardo. Guardo come un guardone. Inorridito. Ammaliato.
Sono troppo per me pure questi panni stesi. Disordinati. Violentati dal vento. Lenzuola bianche con fiori sbiaditi che sanno di quel culo. Hanno il sapore di quel culo.
E’ troppo anche il legno consumato della finestra. Il vetro rotto. L’inferriata arrugginita.
Che ti guardi? Che ti fumi? Vorrei dirgli. Che ti fumi ragazzino? Ragazzino con la faccia da adulto.
Ma ho paura. Inorridito. Ammaliato. E’ tutto troppo per me. Tutto troppo lercio e affascinante.
E’ l’attrazione verso il basso che non è forza di gravità.
Che ti guardi? Vorrei dirgli. Butta dal balcone il mozzicone che ancora fuma, il ragazzino. E guarda sopra la mia testa. Molto più sopra. Più lontano. Sopra i tetti. Dove non arrivo. Dove non posso arrivare. Dove non potrei arrivare neppure se stessi lì con loro.
Butta il mozzicone rosso di brace e si dimentica di me che non corro a prenderlo sul bordo del marciapiede sporco. Si dimentica di me che non mordo le chiappe di sua madre (sua madre?) che intanto è rientrata. Di spalle è rientrata. Coda di cavallo rosso a dondolo e chiappe.
Che ti guardi? Vorrei dirgli. Ma non posso. Non mi guarda più. Guarda sopra la mia testa. Lontano. Troppo lontano per me. Guarda oltre. Dove non posso arrivare.
E il balcone adesso è vuoto.

Il cuore della terra di Luigi Annibaldi - Fotografia di Romina Mosticone/Maurizio Perissinotto

19-11-2018 16:46

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Il cuore della terra
di Luigi Annibaldi




Col senno di poi è stato trovato il cuore della terra in un ragazzino del Wisconsin che si è innamorato di una ragazzina della California.
La prima rivelazione del fenomeno fu di un algido professore che scoprì che oltre a ondulare e sussultare, la terra poteva anche pulsare.
Il sismografo del professore si era messo a tracciare una serie di cuori invece delle consuete linee grafiche. Finché i cuori erano piccoli, e il fenomeno poteva essere registrato solo dall’apparecchio, il professore si limitava a scrivere le rilevazioni su un quaderno a quadretti.
Il ragazzino del Wisconsin era scappato di casa per seguire il suo amore e più si avvicinava alla California più il sismografo rilevava cuori grandi. Il pulsare della terra venne avvertito da molti, i bicchieri e piatti di chi non era innamorato tintinnarono.
Quando il ragazzino del Wisconsin arrivò allo stato confinante con la California, il Nevada, i muri delle case di chi non era innamorato si creparono e gli edifici più pericolanti crollarono.
Per il professore era chiaro che il disastro era imminente e allertò, se pur con scetticismo, ogni organo competente come siti d’incontri e agenzie matrimoniali. Ma si potè fare poco perché il ragazzino del Wisconsin raggiunse presto la ragazzina della California e la baciò.
Le spaccature della Terra inghiottirono i non innamorati. Fu la totale distruzione di strutture artificiali costruite da uomini senza cuore. I maremoti affogarono i single. Anche il professore morì nel disastro, inghiottito dalla faglia di Sant'Andrea.

Psicopompo di Arturo Belluardo - fotografia di Roberto Cavallini

19-11-2018 15:57

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PSICOPOMPO
di Arturo Belluardo




Questo è il primo Natale che passiamo senza mio padre.
Ci siamo radunati tutti attorno a mia madre, a questo mucchietto d’ossa su-perstiti.
Strano che tra lui, torreggiante ed egoista, e lei, sassolino implume e fumante di acido borico, sia morto prima lui.
Una botta secca e malignazza, da far esplodere i capillari del naso, da far scorrere torrenti di muco verde e soffice, da far ruttare dal cuore gli estremi aneliti.
“Sento l’anima partir” e giù sul tavolo, a rovesciare un boccale di Peroni Na-stro Azzurro, a sganciare le bretelle porpora e a farle diventare proietti di fionda sul pranzo dei Morti: pane cunzato con olio, origano, tuma e acciughe, scurria di grano e lenticchie, ossa dei morti, pupi di zuccaro, frutta martorana.
Con impagabile tempismo, mio padre era morto la sera di Ognissanti ed era nuotato via a portare fucili con i fulminanti e bambole di pezza ai bambini del passato. Che oggi non si usa più che le Anime Sante dei Morti portino i regali ai picciriddi, che oggi non si usa più apparecchiare a tavola il posto di chi è trapassato, che oggi non si usa più versare vino sulle tombe di terra fresca e riposata.

“Cu è?”.
“Dolcetto o scherzetto?”.
Mio padre aveva aperto la porta e si era trovato davanti un vampiro, una strega e uno scheletro.
“Ma che è Carnaluare? Che bbulite?”.
“Dolcetto o scherzetto?” voci tremolanti.
“Ofanculo va bene uguale?” e aveva sbattuto la porta.
“Avà, Iano che picciriddi sono! Ma che ci dici?”.
“Ammia ‘stu Allovinni mi ha scassato la minchia! Non era tanto sapurita la Festa dei Morti? No, tutte cose dall’americani amu a pigghiari!” e l’ira se n’era salita funesta alle varici degli occhi “Anzi, sai che ti dico Concetta? Che tu domani mi prepari bella bella la Cena dei Morti come facevamo quannu c’erano i carusi!”.
“Ca cetto. Ma che babbii? Che domani tutte cose chiuse sono.”
“Cristallo di rocca! Tu fai chiddu che dico io!”
Tu fai quello che dico io. Sempre così mio padre. Che ce n’eravamo andati tutti, a lasciarlo sventolare nell’aria fetida il tatuaggio da delfino sull’avambraccio. Il delfino di marinaio di petroliere, di puzza di gas e sentina per le scale della casa popolare a ogni suo ritorno. Il delfino in fuga a Göte-borg dietro buttane svedesi e noi a fetere di fame e solitudine. Il delfino con un foglio di via del Re Gustavo per mai più ritornar. Il delfino che spandeva sentina e gas dopo cinque anni. Ma solo un mucchietto d’ossa sorridenti ad attenderlo.
Io non c’ero più. Ora e per sempre, amen.

“Ora e per sempre, amen”.
La messa di mezzanotte mia madre la vuole nelle Catacombe di San Marzia-no al freddo e al gelo, calcare nero d’umido e capelvenere.
Mia figlia si annoia, rimbalza da un piede all’altro nel suo piumino rosa Winx. Guarda gli affreschi corrosi da gocce minerali e preghiere.
“Chi è quel signore scuro, papà?”
“E’ Gesù, amore mio”.
“E perché ha la pelle marrone?”.
“Perché veniva dal Medio Oriente”.
“E perché ci sono questi pesci?”.
“Sono simboli di Gesù. In greco pesce si dice iktùs...”.
“Come quello del nonno?”.
Sgancio un sorriso e le faccio cenno di tacere.
“Ma il nonno è morto perché aveva un pesce sul braccio?”.
“Quello era un delfino.”
“Anche questo è un delfino” e indica Gesù che a cavallo di un cetaceo tra-ghetta le anime dei morti.
Mia madre ci giubila con uno sguardo di fuoco.

“Mi manca. Tuo padre mi manca. La notte la mia mano lo cerca e lui è lì che russa. Apro gli occhi e non lo trovo. Chiudo gli occhi e ride. Come quando beveva tre Peroni. Si asciuga la bocca con il dorso della mano e ride”.
“E tu?”.
“Io gli chiedo come sta e lui mi dice che ora me ne accorgo pure io”.
“Ma che è? Una persecuzione?”.
“Uh, vatinni tu, che vuoi capire tu di matrimonio che tua moglie te la sei tenuta picca e nenti”.
“Mamma, non davanti alla bambina...”.
“E perché non te la porti in spiaggia, che c’è ‘stu bello sole? Itavinni a fare ‘na passiata che il cloro ci fa bene ai polmoni”.
“E il pranzo di Natale?”.
“E quannu mai cucinasti tu? Non ti preoccupare, itavinni, itavinni, lassatemi sola”.

Fumo e guardo il mare. Sull’orizzonte tumido scorre una petroliera.
“Papà, corri, corri, vieni a vedere”.
Un punto fisso rosa Winx.
“Cosa, amore mio?”.
“Un delfino, papà, un delfino”.
Il mare è una tavola di piombo denso e i raggi rimbalzano. Non ci sono delfini né tonni né squali. Anche la petroliera se n’è andata.
Ma mia figlia non guarda le onde, guarda la sabbia.
Arenata tra alghe e bottiglie di Svelto, c’é una carcassa putrefatta, arrotolata su se stessa. Un uroburos, la coda già divorata, la gabbia toracica bianca e lucida, la testa sfatta, il naso camuso di delfino soffocato dalla risacca.
Granchi e scarabei neri ne percorrono le vertebre sporgenti.
“Torniamo a casa, la nonna ci aspetta”.

L’ascensore non funziona.
“Cos’è questa puzza, papà?”.
Dico alla bambina di aspettarmi al secondo piano e salgo le scale di corsa.
Da un piano all’altro, l’odore di gas e sentina si fa sempre più penetrante, sof-focante.
Apro la porta e il buio si riversa sul pianerottolo.
Premo l’interruttore e la luce non s’accende.

Da Facebook a Scampia - Riflessioni sul libro La Voce degli Occhi

04-07-2018 13:51

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Scorro sullo smartphone i post di Facebook, con l’impegno di chi sta perdendo tempo e mi imbatto nella foto di un ragazzino che mi guarda, mi fermo e ricambio lo sguardo. I social media sono sopraffatti da immagini, certo ogni medium oggi è inflazionato, moltiplicato, ma le parole scritte, anche sul display, le puoi saltare in blocco, mentre le immagini si presentano come un insieme e anche se non le vedi più, rimangono una sollecitazione retinica che si insinua dentro di te. L’impressione del già visto ed il senso di noia e quasi di inutilità di fronte a questo profluvio iconografico mi faceva rispondere, pochi giorni fa, insieme ad un altro fotografo di lunga carriera, ad un giovane attrezzato di reflex, che domandava perché fossimo senza macchina fotografica, che un vero fotografo ormai le foto non le fa più, le pensa solamente.

Ovviamente era una boutade, infatti quel bambino, fotografato seduto su una specie di trono su un ballatoio delle case a Vela della 167 di Scampia, che guarda con serietà, è la dimostrazione che di fotografie ce n’è ancora bisogno.

Che ha di speciale quella fotografia? Per alcuni forse potrebbe rimanere nel novero delle immagini a sfondo sociale, in bianco e nero, di una delle tante periferie italiane. Per me no. Quella immagine racconta, tanto per cominciare, la storia del rapporto tra il fotografo ed il fotografato. Pino Guerra, il fotografo, si è abbassato, si è posto all’altezza del ragazzino, da pari a pari e solo dopo ha scattato. Lo ha posto al centro dell’immagine, ben saldo sul suo trono, sulla convergenza delle linee di fuga disegnate dal cemento a vista che è stata (forse lo è ancora) la “cifra stilistica” dell’edilizia economica e popolare degli anni ’70 ed ’80, in Italia. Non si può andare oltre, la sedia occupa tutto il passaggio, il ragazzino ha la bocca serrata e le mani ben salde sui braccioli, non c’è pietismo, non c’è manierismo fotografico. In quella immagine c’è una sospensione di giudizio, che è un invito a proseguire il viaggio tra le altre fotografie e le parole, di Davide Cerullo, che proseguono parallele ad esse.

Non è facile oggi incontrare fotografie che narrino la storia di ciò o di chi è davanti all’obiettivo, basta fare un confronto con i “Long-Term Projects” del World Press Photo, dove autori di fama internazionale, che hanno realizzato reportage in posti remoti, raccontano con le fotografie più il loro virtuosismo nel costruire geometrie complesse e la capacità di intervenire in post-produzione con alterazioni cromatiche, che il mondo che gli è di fronte.

Pino Guerra, nato a Napoli, nel 1962, fotografo a largo spettro, dalla moda, alla pubblicità, al reportage, ha raggiunto l’obiettivo di raccontare “il mondo delle Vele” insieme alla penna di Davide Cerullo, (Napoli,1974), ex camorrista, ora anche lui fotografo e poeta, con il libro La Voce degli Occhi – Scampia. Viaggio fotografico nel mondo delle “Vele”.

Immagini e parole, assolutamente inscindibili, complementari che sono scaturite da una volontà di comunicare tra chi raccontava e chi si è fatto raccontare.

Scrive Cerullo: «Prima che con l’obiettivo della macchina fotografica, dovevamo metterci il cuore, perché quello ci vuole prima di tutto per frugare tra le croste spellate dell’animo… Era necessario capire che prima di mettere a fuoco e fare una fotografia, bisogna farsi piccoli e prossimi nel quotidiano, nelle relazioni vere con le persone, nella responsabilità del non manipolare le persone, ma onorarle insieme alle loro storie e dolore. Poi forse si può pure fotografare, ma dopo. Allora ci siamo messi a sentire, ad ascoltare voci, storie». E di storie se ne raccontano parecchie in quella sessantina di pagine dense in cui un medium si alterna all’altro e quello che hai davanti agli occhi non sai più se te lo stia narrando di più Davide Cerullo o Pino Guerra.

Quello che mi aveva colpito della prima fotografia è stato poi quello che ho trovato in tutte le altre seguenti immagini, ovvero l’onestà dell’approccio e della visione. «Non vi è immagine nella quale, alla crudezza della sua evidenza, non si contrapponga un segno di intatta purezza che questi protagonisti tuttora conservano, quasi un’ombra, forse il riflesso di uno sguardo che appare più “ragazzino” del lecito, nonostante le armi, nonostante la droga, nonostante quella vita brutta che scandisce la quotidiana esistenza dei piccoli eroi, positivi e negativi, di Scampia».

Si sfoglia il libro e ci si trova di fronte al bacio sulle labbra tra un giovane uomo, (Padre? Fratello maggiore?) e un bambinetto tenuto in braccio, i tatuaggi conferiscono forza simbolica ai bicipiti dell’uomo e ci si chiede se quel contatto di labbra non stia lì a significare un soffio vitale, un destino già segnato, nel bene o nel male. Comunque ci si trova di fronte ad un forte sentimento di amore e di riconoscimento reciproco. E poi a seguire, con sullo sfondo cemento e mille finestre, un pulcinella per ricordarci che siamo a Napoli e poi voltando pagina, un vetro con un foro di proiettile e aldilà delle crepe una “Vela” e di rimando un gruppo di giovani in fondo all’abisso dell’edificio che esibiscono collane d’oro e giubbini Gucci, per ricordarci che Gomorra non è un’invenzione, e poi i gruppi di famiglia intorno al tavolo dove nei volti di padri e madri sembra essere scritto il destino dei propri figli. Tutti si fanno fotografare perché la fotografia è una forma di attenzione e di rispetto, quando le finalità del lavoro sono condivise e la condivisione fotograficamente, tra fotografo e soggetto, ce la comunica anche la prossemica: Pino Guerra usa frequentemente un obiettivo grandangolare che gli consente di inserire, nell’inquadratura, molti elementi dello sfondo ed al tempo stesso di avvicinarsi al soggetto principale, così tanto da condizionarne anche le reazioni, la postura, gli sguardi, in una sorta di dialogo senza parole che conferisce, a chi è davanti all’obiettivo, la consapevolezza di essere il soggetto, l’interlocutore di un dialogo a cui è destinata l’ultima parola.

Il libro di Guerra e Cerullo, [erre] Edizioni, presentato nell’ultima settimana di giugno presso Il PAN, Palazzo Arti Napoli, è inserito in un progetto editoriale “(R)ESISTENZA” associazione di lotta alla illegalità e alla cultura camorristica, tanto che i proventi della vendita del libro saranno devoluti alle attività dell’associazione “Centro Insieme” dei bambini delle vele, con sede presso l’Officina delle Culture “Gelsomina Verde” ed è importante a questo proposito l’altro testo, inserito nel libro, di Eleonora de Majo che è dedicato a Vittorio Passeggio, l’uomo col megafono, lo storico portavoce del Comitato Vele-Scampia.

«Le vele sono un inferno senza Stato… I subalterni senza Stato chiusi come polli in batteria nei mostri di cemento dell’edilizia popolare, sono sempre serviti solo a diventare numeri stratosferici funzionali al consenso elettorale e a fornire manovalanza a basso costo, vite a perdere nella foga di profitto delle holding criminali».

In trentasei anni di lotte e di rivendicazioni il “Comitato di Lotta” degli abitanti delle vele, unica istituzione dei senza-Stato, non ha mai perso di vista l’obiettivo principale della sue vertenze: l’abbattimento delle stesse vele.

Suonano di auspicio, a tal proposito, le parole di Luigi De Magistris, sindaco di Napoli che nella prefazione al libro, afferma: «Lavoriamo con tutta l’urgenza necessaria affinché le parole di Davide Cerullo e le immagini di Pino Guerra siano una testimonianza del passato».

Roberto Cavallini, giugno 2018

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Succedeoggi col titolo Resistenza è una foto lo trovate al seguente link: http://www.succedeoggi.it/2018/07/pino-guerra-la-resistenza-e-una-foto/ , corredato di altre fotografie di Pino Guerra

Il 14 gennaio 2019 si è inaugurata la omonima mostra presso la Biblioteca Marconi di Roma

http://www.panzoo.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=1384%3Apino-guerra-la-voce-degli-occhi-viaggio-fotografico-nelle-vele-di-scampia&Itemid=286&fbclid=IwAR17aocquQXuJIvX-ForeZLjVm4ix0nHmowFO-vHNXmcj34Pb8BsSaolPtU

https://www.facebook.com/events/2354173088145408/




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