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Coraggio piangi, in un pomeriggio uggioso di fine novembre.

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Il pomeriggio era uggioso, in fondo siamo a fine novembre, in una Roma tradizionalmente e maldestramente caotica.
Arrivato al Macro Asilo, che dovrebbe presentarsi già a prima vista, non foss’altro per il nome, come un grande luogo di protezione, il primo approccio è stato spiazzante perché le coincidenze hanno voluto che, quel giorno, nel cortile, per entrare al museo, si dovesse attraversare l’istallazione Non plus Ultra di Gonzalo Borondo, composta da una cinquantina di lastre di vetro alte più di due metri con immagini stampate su ambo il lati: una colonna da un lato e dall’altro un uomo, in campo rosso bruno, con le braccia distese a mo’ di crocifissione. Dunque, per entrare, si era costretti ad attraversare e superare le colonne d’Ercole, con presagi di sangue, apocalittici.
La ampia scalinata d’entrata, che prosegue in lieve discesa, porta verso la hall del museo, luogo buio dove si aprono ai lati spiragli di luce delle sale ed al centro, posto come un grembo enorme, infinito, un muro curvo rosso fuoco. Ero alla ricerca della Black Room perché stavo cercando la sala dove stava prendendo vita il progetto artistico Buck up and Cry di Marco Marassi (fotografo) e Barbara Lalle (performer) a cura di Roberta Melasecca. E’ un progetto, questo, in itinere, che vede la fotografia occupare un posto privilegiato tra gli altri media utilizzati e visto che si tratta in una buona misura di fotografia ho girato intorno al grembo rosso cercando confusamente, invece della black room, una dark room (quante coincidenze linguistiche), ma ormai siamo nell’epoca del digitale e le camere oscure sono solo metafore evocative, comunque, l’evocazione era una costante in quel pomeriggio artistico, che sarebbe ritornata sia nelle colonne d’Ercole, che nel pianto degli eroi, come vedremo.
La porta della Black room è silenziosa, senza battenti, a destra della sala si proiettava una precedente edizione del video Buck up and Cry che era la sintesi iconografica dello svolgimento dell’omonimo processo performativo.
Come si conviene quando l’argomento della proiezione non è narrativo e non ha uno sviluppo lineare nel tempo, ma una orizzontalità determinata dalla equipollenza delle immagini proiettate, si assiste in piedi in modo da condividere attraverso la stanchezza, la scomodità ed un punto di vista incerto e mobile, l’inquietudine di chi si è sottoposto allo “shooting performativo che ha proposto al fruitore maschile, di fare esperienza della rottura di due tabù del mondo eterosessuale, maschile, bianco, contemporaneo: il trucco ed il pianto.”
Scorrono volti sullo schermo con l’espressione implorante o contratta o persa in una dimensione esistenziale prima poco esplorata, se non del tutto sconosciuta, dai performer stessi, più voci recitative evocano mitologie lontane, il maschile, il femminile, archetipi e contemporaneità e cito: “ Nelle situazioni estreme l'eroe piange e così si sente vivo. Dopo il lutto e la disperazione, può rinascere. Il pianto degli uomini si svela già da subito diverso da quello delle donne: le lacrime femminili sono inesauribili e le sfinisce, quello degli uomini permette la palingenesi.”
Mentre assisto alla sovrapposizione di immagini, di voci, di suoni e di melodie indistinte, mi sono sentito prendere la mano e portare in un altro ambito della Black room, ed io che ero andato ingenuamente ad assistere ad una performance, sono stato gentilmente invitato e coinvolto con modi affabili e seducenti a parteciparvi.
Nudo dalla cintola in su, mi sono sottoposto al trucco, una cosa che non avevo mai fatto prima e ho pensato, tra me e me, visto che ero seduto di fronte ad un fotografo, (dimenticando per un momento il significato del video che avevo visto pochi istanti prima) che così sarei venuto più bello in fotografia.
Essere truccato da una donna esula completamente da quello che potrebbe essere interpretato come un atteggiamento civettuolo e almeno per me è stato un momento di rilassamento, di passività, al quale mi sono sottoposto con piacere: avevo qualcuno che si prendeva cura di me.
Poi dopo l’applicazione del bistro, come fosse un collirio mi sono state applicate le lacrime finte che per necessità sceniche irritano gli occhi che a loro volta diventano un po’ rossi come durante un vero pianto. Pronto per la ripresa il fotografo mi ha chiesto di assumere una espressione che lui ha deciso quale dovesse essere e come un demiurgo ha stabilito ovviamente quando era giunto il momento di premere il pulsante.
Considerando che oggi, con le fotocamere digitali, le foto scattate compaiono immediatamente sullo schermo LCD, ho chiesto come ero venuto? La risposta è stata: Ieratico.

Roma 27 novembre 2018

P.S. Un ringraziamento ad Alessandro Arrigo ed a Sergio Sechi che si sono incuriositi alla mia persona, fotografandomi.

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date: 17-01-2019

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Parole e Ombre

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la Tevere Art Gallery di Roma che accoglierà l’esposizione delle opere.

Parole e ombre

a cura di Arturo Belluardo e Roberto Cavallini

Da domani, ogni martedì e venerdì, Succedeoggi torna a rendere fratelli arte e narrativa. Dopo il successo delle serie di Testo a fronte, le rassegne di racconti illustrati dagli artisti della Galleria Porta Latina di Roma, stavolta a gemellarsi sono narratori e fotografi. L’idea è stata quella di far dialogare tra loro linguaggi diversi, artisti della parola e artisti dell’immagine. Narratori e poeti da un lato, fotografi, pittori, artisti visuali dall’altro.
Per alcune settimane verranno pubblicati racconti e poesie (una ventina in tutto) affiancati da opere realizzate dai fotografi e dagli artisti (i “mostri”) della TAG – la Tevere Art Gallery di Roma. Il tutto culminerà il 23 novembre con un evento alla TAG, dove l’esposizione delle opere verrà affiancata da una performance curata da Barbara Lalle e da interventi di videomapping di Nicola Pavone. Il progetto nasce nell’alveo del Tevere, nell’ansa della Magliana, dove dall’alto del vicino Monte Cucco i fantasmi di Totò e Ninetto Davoli si aggirano in compagnia di Santa Passera, dove il Freddo e il Libanese vanno a sentire Fabrizio De André, nasce su un argine del Dio Fiume dove “il sensibile” stampatore Luciano Corvaglia apre periodicamente le porte della sua galleria, la TAG, ai “mostri”, a tutti i fotografi non professionisti che vi vogliono esporre.
La location particolare, una comunità meticcia di artisti che spaziano in tutti i generi (fotografia, pittura, collage, musica, scrittura) fanno della Tevere Art Gallery un luogo unico a Roma: il desiderio dei curatori di dare spazio a questo mondo attraverso una rivista sempre attenta alle nuove sensibilità ha fatto nascere Parole e Ombre.
Quest’estate, abbiamo chiesto a scrittori affermati e meno affermati, dal giovanissimo Rocco Civitarese al veterano Nino De Vita, di regalarci uno sguardo, un loro micromondo da affidare alle mani degli artisti della galleria. Staffili di parole, sperimentali e tradizionali, di spessore e trama fine sono stati consegnati ai lavoratori dell’immagine. Lo sforzo fatto dai curatori è stato quello di proporre autore ad autore, di affiancare per similitudine o per contrapposizione, privilegiando artisti narrativi e pronti a scendere in profondità. La fotografia svincolandosi dalla concretezza dell’impronta si è inoltrata lungo i percorsi dell’astrazione, del simbolico; c’è chi ha rivisitato il proprio archivio, chi ha realizzato foto nuove, chi ha preferito alla fotografia la pittura o l’installazione. Il risultato è stato particolare, sorprendente.
Lo vedrete, lo valuterete ogni settimana a partire da oggi.
Buone emozioni.

di seguito i link delle singole pubblicazioni:

http://www.succedeoggi.it/2018/11/ventilate-stanze/ Parole Ombre 10 - Ventilate stanze di Mariagiorgia Ulbar - Acquerello di Alessandro Arrigo

http://www.succedeoggi.it/2018/11/telo-racconto/ Parole e Ombre 9 - Telo racconto di Claudia Colaneri - Fotografie di Vera Castellucci

http://www.succedeoggi.it/2018/11/punto-di-ripristino/ Parole e Ombre 8 - Punto di Ripristino di Simona Baldelli - Fotografia di Sabrina Genovesi

http://www.succedeoggi.it/2018/11/il-gioco/ Parole e Ombre 7 - Il Gioco di Carmen Verde - Fotografia di Alessandro Bortolozzo

http://www.succedeoggi.it/2018/11/il-giorno-dopo-la-pioggia/ Parole e Ombre 6 - Il giorno dopo la pioggia di Lorena Fiorelli - Fotografia di Carmine Frigioni

http://www.succedeoggi.it/2018/10/tanaliberatutti/ Parole e Ombre 5 - Tanaliberatutti di Paolo Vanacore - Fotografia di Sandra Paul

http://www.succedeoggi.it/2018/10/i-pesci-sono-migranti-liberi/ Parole e Ombre 4 - I pesci sono migranti liberi di Michele Caccamo - Fotografia di Giovanna Chessa

http://www.succedeoggi.it/2018/10/giustino/ Parole e Ombre 3 - Giustino di Paolo Restuccia - Fotografia di Stefano Restivo

http://www.succedeoggi.it/2018/10/caleidoscopio/ Parole e Ombre 2 - Caleidoscopio di Rocco Civitese - Fotografia di Emanuele Dini

http://www.succedeoggi.it/2018/10/a-malata/ Parole e Ombre 1 - ’A malata di Nino de Vita - Fotografia di Re Barbus

http://www.succedeoggi.it/2018/10/parole-e-ombre/ Presentazione di Parole e Ombre di Arturo Belluardo e Roberto Cavallini



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date: 01-11-2018

tags: rbrt.cavallini@gmail.com, Roberto Cavallini, Arturo Belluardo, Nicola Fano, Succedeoggi, TAG, Tevere art gallery, cavallini, Belluardo, Fano,

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Salvina parla piano di Alessandra Pizzullo - acquerello di Serena Galluzzi

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Salvina parla piano
di Alessandra Pizzullo



Salvina parla piano, dolce. Siamo sole. E non è un caso che siamo sole, di-venteremo amiche, dice.
“Ci addumannai al parroco il permesso di fare il film in confessione e lui mi ha detto: Salvina, devi avere fede, non stai facendo niente di male, anzi è Dio che ti ha messo su questa strada, serve per la tua missione; devi essere semplice e vedrai che tutto andrà bene. Porterai la tua testimonianza. E mi benedisse.”
Così abbiamo anche la benedizione. Sorrido, pensando che a Giannino Cor-tese, che è diventato musulmano, alla moschea di Licata hanno dato la be-nedizione per il film.
Salvina mi regala un’immaginetta di Cristo. E’ biondo con la faccia larga. Ri-preso da una prospettiva sghemba. Sull’immaginetta c’è scritto:

Tu sei il mio capolavoro.
Il mio volto risplende sul tuo volto.
Io ti ho creato a mia immagine.
Io conosco il tuo nome da sempre,
anche il numero dei tuoi capelli
prima che tu nascessi io ti conoscevo.
Ti ho chiamato e sei venuta al mondo
perché ti amo da sempre.

Vedo Gesù seduto in un biancore primordiale che conosce già il numero dei miei capelli e mi chiedo se sa anche che mio cugino Cosimo è completamen-te calvo.
Mi tornano in mente le pagine del mio libretto del catechismo, lo sgorgare in-cessante di arancio dalle pagine spesse, di raggi gialli che partono da un grande occhio, lo sgomento di un mondo parallelo, come una quarta dimen-sione che non aveva niente a che fare con il mio mondo di bambina.
Mentre Salvina guarda le pagine della sceneggiatura, sento in bocca il sapore del pane di Piana degli Albanesi intriso di vino rosso. La mia prima comunio-ne col rito ortodosso, mentre, come una piccola Santa Teresa, mi confondo nell’estasi di Santa Maria dell’Ammiraglio di Palermo e per la prima volta in vi-ta mia capisco la parola sensualità senza riconoscerla. E’ una vertigine e un calore che sale alle guance, al corpo, poi scende giù fino a profondità ancora sconosciute, quasi svengo e mi sento santa, proprio santa. Quando con mia sorella guardiamo le foto della prima comunione, ridiamo di quel vestito da sposa con il velo e la borsetta a forma di cuoricino, il cuore di Gesù. Mia so-rella ha una faccia monella e ribelle; adesso che ci penso non le ho mai chie-sto cosa pensasse quel giorno, ma io ho un’espressione casta e ispirata, con i boccoli lunghi e biondi.
“Forse sono pronta” dice Salvina con la voce che rimbomba nella palestra della scuola elementare di Favara e mi riporta al presente. Proviamo. A volte è troppo dolce e monocorde. Riproviamo.
“Com’è u sucu? Attia sempre t’è piaciuto ‘u sucu chi milinciani… u‘caciu ci u mittisti?”. La battuta della scena con Filippo e Giovanni non le viene bene.
“E’ la memoria o non è chiaro il significato?”
Salvina esita: “Tutt’e due le cose. Forse ho capito, dev’essere come il rosario, le parole sono sempre le stesse, ma si possono assistimari in maniera diver-sa. E’ come quando mi dissero: Salvina, fai una confessione, una preghiera personale. Io dissi no, poi sentii la voce del Signore che diceva vai, pigliai il microfono e parlai davanti a tutti e mi dissero: Ma come sei bella quando pre-ghi, ecco, forse devo lasciarmi andare così a recitare”.
“Vedi, Salvina, la zia Vincenza nel film non vuole sapere se il sugo è buono o no, sta solo riempiendo un vuoto, il silenzio è troppo carico di tensione fra padre e figlio e lei parla, parla e loro non le rispondono mai, è così per tutto il film, nessuno le risponde mai, la zia Vincenza è come un mobile della casa”.
Lei mi guarda bianca e piccola: “Sì, so com’è.”
Qualcuno mi ha detto che suo marito era un animale, che la picchiava. Che quando è morto per lei è stata una liberazione. Non dico nulla.
“Mio marito muriu che io avevo trentadue anni. Sempre una vita riservata ho avuto. Non talio mai la televisione, le cose brutte. Da bambina stavo in colle-gio. Una vita felice la mia. Poi, da grande, sai, sola e con due picciriddi mi sono messa a fare le pulizie nella parrocchia di Sant’Antonino e pulendo di-cevo a Gesù fra me e me Gesù, putissi puliziari ‘u me’ cori comu puliziu st’agnuni e Gesù mi sentì e allora io cominciai a confessarmi e a confessarmi fino a puliziari l’agnuni du’ me cori e ora addiventai ministro straordinario” al mio sguardo interrogativo “do la comunione agli ammalati e tremo sempre quando ho in mano il cuore di Gesù, sempre mi emoziono. E tu?”.
“Sono una che crede nella spiritualità e penso che la nostra vita sia sempre nelle nostre mani” e poi con un volo senza paracadute svio sulla religiosità di mia madre e sulla chiesa ortodossa di Piana degli Albanesi. Lei non conosce né il paese né il rito, non ne ha mai sentito parlare. Allora mi perdo in spiega-zioni e la spiritualità vira sull’architettura della chiesa e sulla storia dei turchi che invadono l’Albania e degli Albanesi che fuggono nel Sud dell’Italia e sui canti bizantini e sulla strana e affascinante lingua che parla mia madre.
Giriamo la scena con Salvina, Filippo e Giovanni: sono seduti a tavola. Salvi-na si emoziona e piange sul serio. Giovanni è intenso e Filippo rabbioso, di una rabbia interiore. L’intensità della scena emoziona tutto il set. Queste per-sone non sono attori, e vivono sulla propria pelle la storia.
“Mi sento meglio, sai, meglio assai ora ca fici a scena.”
I giorni di Salvina sono tutti uguali: si alza, lava i pavimenti, sorride, taglia il pane, scrive ai figli in carcere, uno al Pagliarelli e l’altro a Padova e va a messa, si prende cura dei nipoti e ti racconta che è felice, ma sembra una cit-tà bombardata, che aspetta un soffio per disfarsi in un fumo polveroso.
Ognuno di noi porta dentro l’anima un cane rognoso, un bambino storpio, una peste silenziosa, e quando ce li ritroviamo specchiati negli altri, fuggiamo via. Salvina invece si è presa carico del suo dolore e l’ha messo a disposizione del film.
Mi vengono in mente tutte le mie paure: Salvina che deve girare alle tre del mattino, che deve stare in camicia da notte, lei così pudica, che deve svenire alla processione…ma Salvina parla di sé e per la prima volta le piace, tutto è semplice per lei. Sta puliziannu l’agnuni d’u so’ cori.
Dopo aver girato l’ultima scena, Salvina si alza stanca, il suo viso è radioso, si tiene un fianco con la mano sinistra. Le do un bicchiere d’acqua.
“Grazie, dopo tutti i spaghetti ca mi manciai…” ride e mi abbraccia “grazie grazie. ’Un ti scurdari di mia quannu tinni vai...”.
Sento il calore umido del suo corpo. Trema.
Mentre scrivo questa pagine Salvina mi telefona, è sempre così, tutte le volte che penso a lei mi telefona, dice che mi sente, ride e non si stupisce.
“Lo sapevo che mi stavi pensando”.

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date: 19-11-2018 17:25

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Mastectomia di Mara Ribera - fotografia di Valeria Gradizzi

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Mastectomia
di Mara Ribera


Il giorno che mi hanno diagnosticato un carcinoma alla mammella, si disputavano gli europei di calcio. Udivo gli italiani esultare, nelle case e nei bar, per i goal degli azzurri. Due a zero per noi: la vittoria.
Io invece ero stata sconfitta. Bastonata per bene dalle cellule del mio corpo, ancora una volta. Sono quasi trent’anni che mi danno il tormento, trent’anni in cui i miei leucociti, come soldatini bianchi agli ordini della paranoia, attaccano i tessuti sani scambiandoli per il nemico. Succede quando hai una patologia autoimmune. E non esiste cura.
Però nel mio caso non si muore. Si soffre soltanto. A lungo. Fino alla fine.
Ma non si muore.
In quel caso. Quello autoimmune, intendo.
In questo invece – il cancro – ho qualche probabilità di morire. E morire male.

Quando mi hanno diagnosticato un carcinoma alla mammella ho sorriso. Il senologo che mi ha ricevuto nello studio, con le lastre della mammografia in mano, era pallido in volto, quasi giallo, le sopracciglia a V e gli angoli della bocca piegati verso il basso. Pareva un emoticon di WhatsApp. Non ne ricordo la fisionomia. Non saprei riconoscerlo se lo incontrassi. Nella mia memoria è solo una faccina virtuale.
“È brutto, signora. È brutto, questo nodulo”.
“In che senso?”
“È maligno”.
Io ho mantenuto il sorriso per tutto il tempo dell’esame citologico, tranne quei pochi secondi in cui l’emoticon in camice bianco mi ha comunicato che avrebbe dovuto bucarmi il seno due volte, perché col primo prelievo non aveva aspirato materiale abbastanza.
Gli aghi mi fanno paura.
Ho reagito bene, dicevo. Perché la notizia, come la faccia del senologo, mi sembrava virtuale. Apparteneva a una realtà parallela. Era fatta della stessa materia di cui sono fatti i selfie.
Impossibile che il tumore maligno potesse capitare a me. Io ho già dato. Io ho già sofferto. Io convivo col dolore cronico dalla giovinezza. E poi anche quell’incidente stradale, nel 2012, quasi mi amputavano un piede. E tutte le mie patologie, che una sera di tanti anni fa, a contarle insieme a un’amica prima di addormentarci – come si fa con le pecore – non finivamo più. E ridevamo. Ridevamo di gusto.
Rido sempre dei miei mali, io.
Col carcinoma però non ci riesco ancora. Datemi tempo.
Datemi un consiglio.
Datemi una traccia.
Datemi uno schiaffone per risvegliarmi da questo incubo, o una sculacciata, come a un bambino appena uscito dal ventre della madre. Fatemi nascere ancora.
Fatemi rinascere sana.

Quando il chirurgo mi ha parlato di mastectomia, mi è mancato il respiro. L’uomo che mi opererà entri pochi giorni ha una faccia che non si dimentica. La barba lunga, da ebreo ortodosso. Gli occhi vigili, intelligenti, bagnati da una goccia di timidezza. Mi ha spiegato che ci sarebbe un’alternativa al taglio della mammella, si chiama chemioterapia neoadiuvante. Ti trattano prima dell’intervento con sei cicli endovena, per tentare di ridurre il nodulo, così poi possono salvarti il capezzolo. Forse.
E forse a me la chemioterapia farebbe un bel danno. Forse il mio corpo non riuscirebbe a sostenerla. Potrei aggravarmi, potrei ritornare in quell’inferno impossibile da dimenticare, prima delle moderne terapie che mi hanno promossa al purgatorio della sopportabilità. E quel dolore di un tempo, quello che non riuscivano a controllarlo e che piuttosto preferivo la morte – volevo morire, sì, quante volte avrei voluto morire – quello mi fa più paura di un miliardo di aghi. E della mastectomia. Allora via tutto. Dai, in fondo non ci tengo tanto al mio seno. Che volete che sia, dopo mi farò la quinta misura. Finalmente sarò una maggiorata.
L’ho detto col sorriso.
L’oncologo, seduto vicino al chirurgo, ha approvato: “Meglio, perché con la chemio rischiamo d’impantanarci”.
Io in realtà è una vita che m’impantano, volevo dirgli, e alla fine nel fango ho imparato anche a muovermi bene.
Ma col cancro è meglio muoversi in fretta. E andare molto veloce, più veloce di quelle zampe di zecca che si sono arpionate alla mia carne e vogliono succhiarmi la vita. Così sono stata zitta. E ho continuato a sorridere.
Certo, la chemio potrebbe rendersi necessaria comunque, dopo. Ma anche se fosse, avendo già estirpato il mostro, i medici avrebbero il tempo di personalizzarla per limitarne gli effetti collaterali.
Più tardi, mentre mi lasciavo l’ospedale alle spalle, ripensavo alla ricostruzione. Non è mica semplice. Ti svegli dall’anestesia con un palloncino inserito sotto i muscoli pettorali che si chiama espansore. Ha una valvola, sottocutanea, e attraverso quella ogni settimana ti gonfiano con una siringa di soluzione fisiologica. Un po’ come la revisione delle gomme dell’auto, un po’ come una bambola di un sexy shop. Dopo qualche mese, quando la pelle rimasta si è dilatata abbastanza, torni sotto i ferri e ti mettono la protesi. Ma non è ancora finita, manca il capezzolo, sembri una barbie a metà. Quello arriva più tardi, ricavato dalla pelle di un’altra zona del corpo. E te lo colorano con un tatuaggio. Ma restano le cicatrici.
Giunta a casa mi sono rannicchiata sul letto. Faceva caldo. Non ero più sicura della mia decisione. Il sorriso era scomparso dalle mie labbra. E un pensiero invadente, voluminoso, denso e impossibile da allontanare, stava prendendo forma nella mia mente.
Non voglio.
Non voglio.
Non voglio.
Non voglio.
Il pensiero diventava voce. Lo sentivo uscire dalla gola. Prima era flebile, quasi un lamento strozzato.
Poi si è trasformato in un urlo. Sempre più forte. Sempre più violento. Era così ingombrante che non riuscivo a espellerlo tutto. Allora si è fatto spazio nel mio stomaco, nelle mie tempie, mi ha attraversato come una lama e mi ha squassato il cuore.
Il mio corpo era tutto una negazione. Un inutile disperato rifiuto.
Perché se volere è potere, non volere è impotenza.
Non volere è una supplica.
Dopo, quando ho smesso di piangere e urlare, sono andata in bagno e mi sono guardata allo specchio. Nuda. Anche il capezzolo era triste. Sembrava sapere di essere arrivato alla fine della sua turgida esistenza. Pendeva verso il basso, incupito e scuro. Più a destra l’areola era già retratta, tipico sintomo del carcinoma. È un male che ti fa implodere, che ti risucchia dall’interno, è un buco nero nella galassia del corpo.
Mi sono stupita di quanto sono ancora bella, senza vestiti, nonostante l’età. Ho quarantanove anni. E la mia bellezza è sempre stata il mio scudo, la maschera che nascondeva la malattia, il velo che celava allo sguardo degli altri il dolore cronico. Non sembravo malata, non avevo tatuato addosso il logorio interno che mi rende inadeguata a una vita normale. Ma presto si vedrà. Presto sarò una tela su cui il cancro avrà dipinto le sue allucinate visioni.
Presto sarò un’altra donna.

Stasera c’è aria di temporale e la partita Italia-Germania.
Io non tifo. Penso alla mastectomia.
Cercando su internet ho letto che la chiamano “chirurgia demolitiva”.
Ma chi l’ha inventata questa definizione?
Come se per demolirmi fosse sufficiente tagliarmi una tetta. Come se con tutto ciò che ho vissuto, sofferto, mandato giù a forza, digerito e accettato, il bisturi potesse distruggermi.
Come se la mia indipendenza, il mio bastare a me stessa senza aggrapparmi a niente e nessuno, la mia forza ostinata, la mia passione, la mia inalterata capacità di stupirmi ogni giorno per la bellezza del mondo, temessero la mastectomia.
Demolitiva un cazzo.
I miei vicini urlano in coro, le due squadre sono arrivate ai rigori. Una sfida lunga e sofferta, questa dei quarti di finale, che sta per finire.
La mia inizia ora.

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date: 19-11-2018 17:23

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Le cose che ho di lei di Flavia Ganzenua - fotografia di Lara Garofalo

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Le cose che ho di lei
di Flavia Ganzenua


Ho gli occhi chiari di mia madre, il suo stesso colore, ma più distanti l’uno dall’altro, due fessure, e tenuti sempre giù, in basso, a scovare piste e tracce, a stanare passi e impronte, come affondano nel terreno e cedono via via alla stanchezza e alla resa, perché io sono un predatore.
Sono un predatore, non risparmio niente, mi cibo di tutto e dei suoi resti, metto a ferro e fuoco ogni letto, casa, ogni città in cui passo. Faccio a pezzi lettere d’amore e anniversari, il senso delle date, nomi e cognomi. Lego mia sorella, le mani dietro la schiena, la benda sugli occhi, e la spingo giù dalle scale, sono il suo plotone di esecuzione. Stacco la coda alle lucertole, le infilo in un sacchetto pieno d’acqua e le guardo finché non diventano sempre più lente e rigide e non salgono su, a galla, dei bastoncini.
Ho la stessa bocca di mia madre ma denti e labbra spaccati a furia di ribellarmi al morso.
Sono femmina, proprio come lei, ma non ci sono rospi da baciare, né trecce da sciogliere in cima alla mia torre. Il mio carnet di ballo è una lista di morti e dispersi, me e mia madre comprese – tutto in memoria del padre, andato via una notte senza portare niente con sé che gli facesse pensare a noi, non una foto, un regalo che gli avevamo fatto. Ogni cosa di lui che è rimasta è una croce. Andato via senza voltarsi, senza rispondere a nessuna domanda, insulto, supplica o implorazione. I suoi passi giù per le scale sono una raffica di mitragliatrice che risuona ancora adesso e rade al suolo tutto, il suo nome, ancora in bella vista sul citofono, è il primo dell’elenco dei disertori. Come mia madre, non faccio che tornare a quella notte, ho gli stessi anni di allora, mi ci consumo, disfo dentro, quella notte è una spiaggia di sabbia e sassi che leva via la pelle di dosso, tormenta respiro e passi e costringe ad attraversarla con dolore.
Sono una femmina che va con altre femmine, che ne mangia e si fa mangiare il cuore, so di letti e lenzuola sfatti e so di nido e di latte. Nessuna fede è mai abbastanza larga o stretta, nessuna resiste tanto a lungo da lasciare il segno, un’aureola, intorno alle mie dita. Non stringo cosce e gambe quando mi siedo, non tengo le mani composte sul grembo o lungo i fianchi quando cammino. Ci sollevo gonne, con quelle mani, allento cravatte e bottoni. Mani che danno da mangiare ai cani, li accarezzano e poi stringono il collare di un giro, perché ci si sgozzino con quel collare, a furia di guaire e tirare.
Sono scampata a una guerra, proprio come mia madre, proprio come mia madre ne porto addosso tutta la devastazione. Il mio corpo è una costellazione di fori di spurgo e punti di sutura, Orse Minori e Maggiori, stelle comete e buchi neri che ingoiano tutto ciò che gli capita a tiro. Sono medaglie al valore che esibisco e lucido con cura, chi mi spoglia può solo guardare, guardare e non toccare.
Sono una principessa, proprio come lei, ma dalla voce da maschio che gonfia la stoffa dei pantaloni, ne distende ogni sua piega, e i capelli del colore sbagliato, così rossi e accesi, rasati sempre di fresco.
Amo il padre suo marito, proprio come lo ama lei. Proprio come lo onora lei, io lo onoro. Mi siedo sulle sue ginocchia, gli afferro le mani a tentoni, mi ci aggrappo, stringo le gambe e mi strofino, su e giù - Cavalluccio arrò arrò…
Vivo nella stessa casa in cui è vissuta mia madre, compro e mangio le stesse cose che mangiava lei, indosso i suoi stessi vestiti, la sua spazzola è ancora lì, accanto allo specchio, ci sono foto di lei dappertutto, il suo nome è una parola d’ordine a cui non si può disobbedire. Apparecchio la tavola per due, la servo sempre per prima, le lascio biglietti in cucina prima di uscire, la chiamo per dirle che sono arrivata e ripartita, che non ci sarò a pranzo o a cena, mi addormento e mi risveglio nello stesso letto in cui ha cominciato a morire lei.

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date: 19-11-2018 17:19

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La spesa di Roberto Todisco fotografia di Ernesto Fiorentino

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La spesa
di Roberto Todisco

Quella mattina Luca ebbe chiare due cose: la prima è che voleva uccidersi, la seconda che non avrebbe mai avuto il coraggio di farlo da solo. Per qualche minuto, mentre dal letto ascoltava i vicini fare colazione oltre il ballatoio, questa consapevolezza lo rasserenò. Furono proprio i vicini a dargli l’idea per mettere in atto la sua risoluzione. La donna, una cinquantenne pallida che Luca chiamava Barbie Giorno dei Morti, si mise a dettare al marito la lista della spesa. Fu così che gli venne in mente il ragazzo di colore che aspettava all’ingresso del supermercato. Luca ricordò di averlo visto lì ogni giorno, appoggiato a una macchina. Sempre in silenzio, sempre sorridente.
Quella sera andò al supermercato, pochi minuti prima della chiusura. Il ragazzo era lì. Per rendere il suo piano più credibile si era fasciato una mano. Riempì il carrello meccanicamente. Arrivò alla cassa e iniziò a poggiare la spesa sul rullo. Mentre la cassiera faceva scorrere i suoi acquisti davanti a uno sguardo annoiato, contornato di eyeliner azzurro, Luca disse:
Il ragazzo lì porta la spesa a casa vero?
La cassiera si voltò.
Chi Gombà? Sembrava perplessa.
Luca alzò un poco il braccio con la mano fasciata. La cassiera inarcò le sopracciglia. Fece gesti per richiamare l’attenzione del ragazzo. Questi si mise il berretto che teneva in mano nella tasca di dietro dei pantaloni ed entrò nel supermercato. Luca lo guardò negli occhi, acquosi e arrossati. Il ragazzo sorrise, come sempre.
Arrivati a casa Luca gli chiese di poggiargli la spesa in cucina. Dentro il ragazzo sembrava a disagio, ma continuava a sorridere. Mentre adagiava con attenzione le borse, Luca sedette al tavolo, poi con un gesto invitò il ragazzo a fare altrettanto.
Devo andare. Disse Gombà.
Il supermercato a quest’ora è chiuso. Hai qualcuno a casa che ti aspetta forse? Chiese Luca. Fremeva, stupidamente non aveva calcolato un’eventualità del genere.
Il ragazzo fece segno di no con la testa.
Allora coraggio, accomodati. Ti offro la cena.
Il ragazzo si sedette, confuso. Ogni tanto provava a sorridere, ma più per darsi coraggio. Appena furono uno di fronte all’altro Luca tirò fuori dalla tasca un grosso mazzo di soldi e lo posò sul tavolo. Il ragazzo indietreggiò istintivamente, facendo fare alla sedia uno stridore fastidioso.
Troppi soldi. Balbettò.
Non sono per la spesa. Disse Luca. Sono diecimila euro e te li porti a casa, se fai un lavoro per me. Gombà continuava a scuotere la testa. Mi capisci vero? Poi da sotto al tavolo estrasse una pistola e la mise accanto alle banconote. Anche l’ultimo sorriso svanì dalle labbra del ragazzo. Non devi avere paura, provò a rassicurarlo Luca, non ho intenzione di farti del male. Anzi questo è il tuo giorno fortunato. Fai quello che ti dico di fare ed esci da quella porta con diecimila euro e la tua vita cambia da così a così.
Cosa tu vuoi? Chiese Gombà.
Mi devi sparare. Voglio che tu mi uccida. Poi esci da qui con i tuoi soldi e nessuno verrà mai a cercarti. Cambia città, fa quello che vuoi. Hai la possibilità di ripartire da capo. Fra la spesa che hai portato c’è una confezione di guanti di lattice, indossali prima di farlo.
Il ragazzo taceva, ma aveva un’espressione intensa.
Allora, siamo d’accordo? Chiese Luca. Dei due sembrava lui, ora, quello agitato.
Non ti importare vivere? Disse alla fine il ragazzo.
Luca si sentì di colpo esausto, non aveva nessuna voglia di discutere le ragioni della sua scelta.
Non devi preoccuparti di niente tu. Meno sai, meglio è. Tagliò corto, con voce roca.
Il ragazzo senza dire altro prese il portafogli dalla tasca, ne tirò fuori la fotografia di una giovane donna e la mise sul tavolo, fra la pistola e i soldi.
Facciamo patto diverso. Disse il ragazzo.
Luca era passato per quella strada tantissime volte, gettando sguardi di desiderio e ripulsa verso le ragazze che sedevano attorno ai fuochi. Nell’aria c’era odore di nafta e di pioggia. Gombà guidava la sua macchina. Si addentrarono per vicoli con cumuli di spazzatura ai bordi. Il ragazzo accostò e gli fece segno con gli occhi. Luca aprì il portadocumenti e tirò fuori la pistola. Qualche prostituta si avvicinò, ma alla vista dell’arma scapparono via. Solo una rimase. Luca riconobbe la ragazza della fotografia. La pelle nuda, scossa da un tremito, luccicava alla luce dei falò. Luca, sceso dalla macchina, sparò due colpi in aria. La ragazza infossò la testa nelle spalle. Piangeva. Luca la superò e passandole accanto le mormorò, Vai. Da una baracca di lamiera uscirono due uomini, pistole in pugno. Mentre alzava il braccio Luca vide con la coda dell’occhio la ragazza correre verso la macchina. La sentì partire. Luca sparò verso quegli uomini. Una, due, tre volte. Sentiva solo un fischio acuto nelle orecchie e la mano formicolargli. Vide quegli uomini cadere a terra. Sentì l’umido denso del sangue inondargli i vestiti. Provava solo un leggero bruciore, come se la pace gli entrasse dentro attraverso la pelle.




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date: 19-11-2018 17:12

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Di Roma e altre piogge di Fabrizio Patriarca - fotografia di Marco Marassi

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Di Roma e altre piogge
di Fabrizio Patriarca

E non ricordavi nulla, la pioggia era soltanto scroscio di tamerici salmastre e rigagnolo su volti silvani, memoria o coincidenza di pose decadenti, con qualche goccia petrarchesca, innocui temporali marinisti, e una pozza di storie tremende, anche tremendissime, sulle insidie dei rovesci, del fortunale infausto, che adesso cominciavano con un passante travolto dalla camionetta impazzita – mai fidarsi del selciato: austerità, aridità! – il passante con l'ombrello come un gomitolo di spire, un personaggio alla Raymond Queneau, forse una delle mille vite di Jacques L'Aumone, magari era proprio Roland Barthes, schiantato dal furgoncino assassino, fine-della-vita-fine-del-desiderio, e non sai se piovesse davanti al Collège de France, di sicuro non ricordi l'ora esatta, ma che morte sottile! Senz’altro stava per piovere, e là terminava la parabola strutturalista, dove cominciava uno strambo mito della leggerezza, poi qualcuno pioggia o non pioggia ci avrebbe ricamato sopra una mascheroneide dell'effimero, una predica tamburellante, perché bastava aggiungere un caffettuccio con chiacchiere, spostare la vicenda collettiva tra i viottoli meno flaneuristici dell'Urbe, collocare quattro guitti all'aperto di un teatrino et voilà era servito il sogno vitalista dell'estate romana, l'antidoto a certa grandeur olezzante di maldigerito nietzscheanesimo: l'estate dell'effimero, l'effimero usava dire realizzato, mandato giù a furia di sentenze, la pioggia dei referti, dei conti, dei dispacci comunali, brigate di marrani, bargelli disorientati dal palpito del jazz, aspiranti sindaci con referenze fondiarie, aspiranti assessori con referenze cabarettistiche, ma soprattutto aspiranti, nel brago postlatino. Urbe còndita e condìta, nel frattempo sotto il velo d'acqua mulinante a prora degli speroni aureliani – transito di checche usava dire sbiadite, mercé di libagioni per pennaioli e pennisti e sandripenna dell'ultima ora, quelli protervi e senza un briciolo di stile, comunque cazzi loro – l'animale sommerso drizzava le pinne, gonfiava le sue branchie colossali, e tu leggiucchiavi di straforo nelle antologie di Vigolo o Muscetta: un Belli esorbitante (Quattro angioloni co' le tromme 'n bocca / Se metteranno uno pe' cantone / A ssonà: poi co' tanto de vocione / Cominceranno a dì: "Fôra a chi ttocca"), il Belli der giudizzio, perché dentro la palingesi universale ci cade sempre bene l'ouverture temporalesca (come peraltro ti dimostrava il Montale d'Arsenio, coi turbini, la polvere, i mulinelli e i cavalli incappucciati e tutte le altre sagome sdrucciole che apparecchiavano apocalissi fradicie, o bagnaticce, o insomma: inzaccherate quel giusto). Agli altri bastava un Trilussa preso di scorcio, un trilussino facile-crepuscolare, come certe logore stampette in casa della bisnonna (e il suo cuore tenerello, assieme al pentolino d'ordinanza che bullicava sul fuoco – riso e lenticchie, i capisaldi, aut fittissima pasta e fagioli): Su l'archetto ar cantone de la piazza / ar posto der lampione che c'è adesso, / ce stava un Cristo e un Angelo de gesso / che reggeva un lumino in una tazza. / Più c'era un quadro, indove una regazza / veniva libberata da un ossesso: / ricordo de un miracolo successo / sbiadito da la pioggia e da la guazza. Poi venne la pioggia dei viaggi, pochi all'inizio ma belli da far tremare, e di quel bacio alla fermata del 671, quello che t'avrebbe saldato alla memoria i caduti della Montagnola, perché la piazza era l’omonima, con la pasticceria e il föhn rovente dei krapfen sulle tielle, e avevate litigato come due stronzi: in te batteva una grandine di rimorsi, ma lei ti aveva raggiunto in bicicletta e quando eri sceso l'avevi trovata là, sotto la pioggia, col fiatone e i capelli appiccicati alle tempie, arrotolati (sempre dalla pioggia) su quegli zigomi impercettibili, e lì ti aveva guardato coi suoi occhi cilestri di estenuata fanciulla moraviana, gli occhi di una malata uscita da certe pagine cupe, cupissime dei Racconti della Pescara, e tu allora avevi lasciato che ogni suggestione fosse risucchiata dal suo bacio incattivito, perché era come se dicesse: via, lasciamo stare, ché tanto finiremo per annegare in tutta questa pioggia, ed era il millenovecentottantanove, non l'altro ieri, avevi diciassette anni, la pioggia fino a quel giorno ti era sempre rimasta indifferente. Intanto, come l'ultimo parvenu arrivato tardi a cena, con una scusa colossale dietro al sorriso smaltato, scorticavi i romanzi del tuo Robbe-Grillet per non capirci quasi niente: la pioggia toccava le persiane e infastidiva tua madre, le cui predilezioni letterarie sono rimaste per te un mistero impenetrabile, di fatto per molti anni ti è sembrato che leggesse solamente quell'unico romanzo di Liala, Il pianoro delle ginestre – il tuo animo leopardiano non sapeva se sdegnarsi – ma ecco: due giorni prima di morire, fissando tuo padre che usciva di casa col suo completo di lino al cospetto di un improbabile acquazzone di settembre, ha sfoderato all'improvviso due versi di Pascoli: Oh! Valentino vestito di nuovo, / come le brocche dei biancospini, e tu subito a chiederti quale nubifragio di romanzetti d'appendice avesse sommerso quella chincaglieria scolastica, e quale soprattutto il miracolo che l'aveva testardamente riportata a galla: tuo padre molto abbronzato, forse un po' troppo date le circostanze, un Paul Newmann imbolsito nella zona ventrale dalla consuetudine coi ristorantini prediletti – l'immancabile flûte di Foss Marai, un paio d’astici alla catalana, la carampana sterminatrice di ostriche qualche tavolo più in là che fruga nella tritumea del ghiaccio (gira voce che sia dedita allo strozzinaggio) e t'impartisce soave la sua mollezza di parrucca allo spiedo. Vorresti mandarla usa dire affanculo invece decidi di scrutarla di traverso, mimetizzando l'occhiata dietro un'ascesa di bollicine, e il tuo delirio sale agli astri ormai. Montale, Mediterraneo. Ma adesso piegati, fa' il favore, ritorna a certi paragrafi insistentemente piovosi o pluvialmente insistiti dei gialli da quattro soldi che macinavi da ragazzino, ruderi di città americane immerse nel piovasco perenne, le mura usava dire sbreccate e dietro ogni angolo l'emissario della Funzione Negativa pronto a massaggiarti le gengive con un cric, torva metempsicosi dei bulli che affollavano le tue peraltro eminentissime salesianissime privatissime scuole medie e superiori. La pioggia, evocata solum per onomatopea, chiudeva il poemetto di T.S. Eliot che citavi alla tua ragazza di allora – shanti shanti shanti, come la divinità indiana della pace – che per avventura o forse per un sferica coincidenza si chiamava Irene. La pioggia sopra il tuo presente, guarda: allaga la scrivania. La spruzzata dei maledetti relativi che occorrono per imporre al paragrafo un ritmo scrosciante quando provi a salvare un pezzo di memoria: come il ritratto di Azzurra che avevi fatto fare a Place du Tertre, il carboncino che sfrigolava sulla carta ruvida seguendo la piega dei capelli e sembrava un giro snervante di compasso (maledetto John Donne, che si è fregato le metafore migliori) ma quella snervata era lei, perché non ne poteva più, nonostante il bacio alla Montagnola: il ritratto era scivolato in una cartelletta, e dalla cartelletta a una borsa di pelle, quindi in un cassetto al piano seminterrato nella casa dei tuoi, infine dentro una grossa busta marrone in garage, tra le radiografie di fratture infantili e i referti oncologici dei tuoi antenati. Un giorno la pioggia ha allagato tutto, dalle rade dell’Infernetto fino ai calli di Vitinia, e quando ti sei messo a cercare hai ripescato in quella melma un fogliaccio stinto e stracciato. Allora finalmente, quindici anni dopo la vostra notte in treno – alla Gare de Lyon eravate scesi indolenziti, tenendovi per mano sotto una pioggia fatta di spilli – allora e solo allora hai ricordato veramente il suo viso.

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date: 19-11-2018 16:54

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Il mio papà di Marco Rinaldi - fotografia di Zhanna Stankovych

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IL MIO PAPA’
di Marco Rinaldi


Il mio papà fa tante puzzette perché c’ha i diverticoli, che è lì che l’aria si gonfia e poi certe volte diventa puzzolente, che è per quello che si chiamano “le puzzette”.
Lui le fa di due tipi, quelle fredde e quelle calde, quelle calde puzzano, quelle fredde no, e lui ce lo dice prima: “tranquilli, questa è fredda”, oppure “attenti, ne arriva una calda!”, anche perché quelle calde fanno poco rumore; la mamma gli fa gli occhi da pazza e va di corsa a aprire la finestra pure se fa freddo.
Il mio papà le puzzette le deve fare per forza sennò gli scoppiano i diverticoli e muore, e io non voglio che muore adesso, perché sono troppo piccolo e quando divento grande lui non c’è. Lui le puzzette le fa solo con me, la mamma e mia sorella. Cioè, le fa pure quando c’è la nonna, ma lei non conta: quelle fredde non le sente perché è sorda, e per quelle calde il papà dà la colpa a lei, che ci crede e dice “scusate tanto”; io, mio padre e mia sorella ci ridiamo, ma a me mi dispiace pure un po’ perché lei si vergogna. Quando ci sono gli altri, invece, il papà non le fa, le puzzette, e allora io lo guardo per vedere se gli viene la faccia come al nonno quando stava per morire, che io neanche lo sapevo, che stava per morire. Però meno male che non le fa, perché certe di quelle calde sono peggio delle mie, o di quelle di quel ciccione di Giulio, che quello non lo batte nessuno. A me le migliori mi vengono la sera a letto quando non faccio la cacca da due giorni, e mi dispiace che non c’è quel ciccione di Giulio, perché con lui non mi vengono mai così puzzolenti.
Mia sorella le fa, ma piccole; la mamma no, perché non c’ha i diverticoli.

Il mio papà fa anche i ruttini, e anche quelli li deve fare per forza perché c’ha lo stomaco debole.
Il mio papà fa due tipi di ruttini, quelli secchi e quelli liquidi, che sarebbe quando insieme all’aria viene su pure un po’ d’acqua. Quelli con l’acqua, se non fossero del mio papà mi farebbero schifo; certe volte però mi dimentico che è lui e allora mi fanno schifo lo stesso.
I ruttini con la bocca aperta, secchi o liquidi, li fa solo quando siamo noi di famiglia, anche se c’è la nonna, che tanto lei è sorda. Quando ci sono gli altri, i ruttini li fa lo stesso, ma tiene la bocca chiusa e allunga il collo come una tartaruga. Questi gli vengono un po’ secchi e un po’ liquidi, e durano parecchio; lui pensa che siccome tiene la bocca chiusa gli altri non se ne accorgono, ma invece si sente, e io mi vergogno che lo guardano tutti.
Io i ruttini a tavola non li posso fare, perché la mamma mi fa gli occhi da pazza, ma certe volte mi scappano; invece mi piace un sacco farli in camera con quel ciccione di Giulio che sarà pure antipatico, ma con quella panciona che c’ha riesce a dire “mavattenaffanculo” oppure “malimortaccivostra” con un ruttino solo. Io per ora riesco a dire solo “mamma” oppure “papà”. Mia sorella fa solo ruttini da femmina. La mamma invece si mette la mano davanti alla bocca e fa stsss.

Il mio papà si mette le dita nel naso anche se la mamma gli fa gli occhi da pazza. Di solito, nel naso ci mette il mignolo, ma se serve va su col pollice, tanto lui c’ha il naso bello largo e se lo può permettere. Poi fa rotolare la pallina tra pollice e indice finché non è secca che cade da sola; certe volte però gli deve dare la schicchera. Le palline che fa il mio papà sono belle grosse, a me mi piacerebbe farle grosse come lui, e allora le faccio crescere nel naso, ma poi non respiro più, e allora me le devo togliere prima che diventano grandi come le sue. Una volta ce n’avevo una così grossa che no riuscivo neanche a infilare il dito per tirarla fuori, e alla fine la mamma me l’ha dovuta cavare con l’uncinetto; io la volevo tenere per fare una pallina grande come quelle del papà, ma la mamma me l’ha buttata via. Le mamme sono così, che certe cose non le capiscono. Il papà me l’avrebbe data. Certe volte però le palline che ha nel naso il mio papà, quando le tira fuori si portano dietro un po’ di bavetta, e allora deve metterle nel fazzoletto e non ci può più fare le palline. O forse la riprende dopo, non lo so.
Mia sorella, da quando c’ha le tette si soffia il naso prima di avere le palline; la mamma, come tutte le mamme, c’ha il naso asciutto, a parte d’inverno che c’ha il moccio del raffreddore, che quello ce l’hanno tutti ma mica ci si fanno le palline.

Al mio papà quando stiamo al mare gli esce sempre una palla dalla retina dei calzoncini da bagno. Una sola, sempre la stessa, la sinistra. La mamma gli fa gli occhi da pazza e allora lui se la rimette dentro, ma poi gli esce un’altra volta. Sempre a sinistra. Quando fa la doccia, il mio papà c’ha le palle marroni e pelose, invece, quando gli esce dalla retina la sinistra è rosa e lucida che sembra una caramella alla fragola di quelle grandi che mi porta quando va a Torino. Ai papà degli amichetti miei le palle non gli si vedono, e infatti quand’ero piccolo pensavo che agli uomini grandi che non erano il mio papà le palle gliele toglievano come si fa ai gatti ché quando le femmine c’hanno l’amore scappano o fanno la pipì che puzza. Allora, una volta ho fatto venire certi amichetti miei a vedere la palla del mio papà, la sinistra, e loro ridevano come matti che il mio papà ce n’aveva una sola, di palla, e che era moscia e era per quello che gli usciva dalla retina.
A me le palle non mi escono perché al mare c’ho gli slip che non c’hanno la retina… o forse perché le mie palle sono dure, non so. Mia sorella e mia madre, invece… vabbè, loro sono femmine e le palle, una specie di palle, ce l’hanno dentro.




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date: 19-11-2018 17:04

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Il lavoro degli altri di Piero Fittipaldi - fotografia di Marco Pasqua

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IL LAVORO DEGLI ALTRI
di Piero Fittipaldi


Mario la mattina dorme. Sua moglie Giovanna no. Lei si alza di malavoglia dal letto, struscia le ciabattine sino in cucina e, palpebre ancora appiccicose di sonno, armeggia tra le stoviglie in cerca della caffettiera. Un leggero fremito al contatto di una superficie fredda e spigolosa la avverte che ha tra le mani ciò che cerca. La riempie di acqua e miscela con gesti che cominciano a farsi pian piano più lucidi, la posiziona sul fuoco. Prima che il caffè cominci a gorgogliare, Giovanna torna prima in camera da letto dove prende i vestiti - anche la canotta di lana che oggi fa freddo - poi in cucina, dove si ustiona i pensieri col caffè bollente. Quindi punta dritta al bagno. Lavata e vestita abbaia un saluto al marito. Mario ha forse un ricordo lontano di giorni in cui quel latrato era sostituito da un bacio leggero, biascica qualcosa di incomprensibile di rimando e si rannicchia nel bozzolo tiepido delle coperte.

Giovanna in ascensore incrocia Giuseppe, pensa “che bell’uomo” ed il timido buongiorno che si scambiano la fa arrossire d’imbarazzo. Lei crede faccia l’architetto, in verità dipinge e si firma Josè. E’ ricco di famiglia e i soldi non gli mancano, ma è convinto che un giorno le sue tele saranno quotate in vere gallerie d’arte e non in spazi autogestiti. Mentre le porte dell’ascensore si aprono Giuseppe-Josè immagina l’attraente semplicità di questa donna impressa su tela e rovista nel vocabolario mentale in cerca delle parole meno assurde per chiederle di posare per lui.
Ne trova un paio quando le porte scorrevoli hanno oramai esaurito la propria corsa e la donna che lo ha fatto tornare timido come un adolescente sta per uscirne.
“Dev’essere difficile”, le dice.
Giovanna si ferma. Ha un attimo di indugio, poi, senza girarsi - “cosa?”.
“Gli occhi. I tuoi occhi. Io dipingo e mi chiedevo quanto debba essere difficile riprodurli in un ritratto”.
La risposta che le giunge alle spalle la stordisce, nelle corde di quella voce esitante Giovanna legge un invito. Un invito bagnato in un inconfondibile vena di desiderio. A una donna certe cose non puoi nasconderle.
Giovanna si gira, vuole guardare il viso di quest’uomo, deve essere sicura di quello che sta accadendo. Lentamente, ad appena un passo di distanza, gli sguardi si incrociano e lei capisce. È lusingata come non lo era da tempo ed emozionata come forse non è stata mai. “Non so se riuscirò a tenerli immobili a lungo”. È l’unica cosa che riesce a dire con il filo di voce che ancora le rimane.

La donna in disparte che osserva la scena senza essere vista si muove solo quando vede i due incamminarsi insieme. Non era tanto vicina da ascoltare i dialoghi, ma anche lei ha capito tutto. Un giorno le capiterà qualcosa di simile, ne è certa. La vita glielo deve.
Lei vorrebbe farsi chiamare con il suo vero nome, Guendalina, ma i suoi clienti la chiamano soltanto Lina. Loro la accolgono in casa propria e lei li accoglie dentro di sé. A sua madre e sua figlia al di là dell’oceano racconta che ha trovato impiego come assistente sociale, e in fondo non crede di essersi allontanata troppo dalla verità. Il primo della giornata si chiama Mario e si è raccomandato che arrivasse il prima possibile perché questa settimana ha il turno serale e dopo vuole dormire.

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date: 19-11-2018 16:59

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Un cuore inciso di Sandro Dieli - fotografia di Martino Pirella

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Un cuore inciso
di Sandro Dieli

Paolo e Maurizio non si conoscevano e mai avrebbero immaginato il loro incontro nelle condizioni in cui si svolse realmente. Paolo e Maurizio camminavano, inciampavano sui loro corpi e si avviavano verso l’incontro che avrebbe deciso il futuro.

Paolo amava gli occhi delle donne. Aveva imparato a cogliere le infinite sfumature di densità con cui le ragazze si guardavano intorno, diversità che segnavano destini e passioni addolorate, tremori e fiati interrotti, vita o morte. Vita o morte, così gli sembrava. Perché gli occhi delle donne erano pozzi in cui tanti suoi amici si erano lanciati a braccia aperte, volando e planando sul fondo melmoso. Alcuni erano stati restituiti alla luce del sole, altri avevano incautamente offerto tutto il loro peso alla superficie fangosa che li aveva inghiottiti per sempre. Sugli occhi delle donne bisogna camminare leggeri.
Paolo conobbe Maria ad una festa, in una notte senza luna. Sulla spiaggia non si vedeva nulla e Paolo si affidò ai suoni, alle parole lanciate da Maria assieme all’alito, come sassolini che colpiscono l’acqua in un apatico giorno estivo. Tutto accadde senza pensarci, nel buio della sera, ad occhi chiusi. Si bacia ad occhi chiusi, gustando l’alito e i sospiri che lo sostengono.
La vide il giorno dopo. Passeggiarono sul lungomare, quasi senza sfiorarsi. Paolo si domandava a chi somigliasse quella ragazza che gli camminava accanto. Possedeva il vuoto dell’estranea e la pienezza della persona conosciuta da sempre. Dopo un po’ le mani si afferrarono e non osarono spostarsi da quella stretta, come se questo potesse arrecare all’altro un disturbo insopportabile. Lì vicino vi era una fila di macchine posteggiate. Quasi tutti i musi delle auto erano rivolti verso il centro della strada stracolma di gente estiva, i finestrini aperti all’aria e al mondo. Nell’abitacolo occhi affamati di ragazzi che scrutano le donne, ridono e fumano. Solo alcune auto avevano il muso verso il mare, contenevano coppie di ragazzi che giocavano all’amore, occhi appagati che galleggiano sull’orizzonte. Il mare è pieno di ricordi, appartiene al passato e al futuro degli amanti. Tutti gli altri ragazzi fumano febbricitanti dentro le auto, mangiano le donne che passeggiano in gruppo e da cui vorrebbero baci e abbracci. Con le quali vorrebbero guardare il mare. Paolo e Maria si fermarono e lasciarono alle loro spalle il flusso di persone che vociavano, scavalcarono il muretto per sedersi sugli scogli, assumendo la prospettiva degli amanti, quella dove il mare è passato e futuro. Paolo si accorse allora che gli occhi di Maria somigliavano a quelli di sua madre. Sulla superficie di quei pozzi immateriali si riflettevano passato e futuro, metallo prezioso fuso, colore del mare. Paolo raccolse un legno dilavato ed estrasse un coltellino dalla tasca per incidere la parola “amore”.

Maurizio fumava a boccate profonde infiammando la cenere. Era seduto su un motorino di un amico col quale rideva sguaiatamente. I due cercavano di attaccare bottone con le ragazze che passeggiavano in gruppo, pur sapendo che mai avrebbero risposto ai loro inviti. Queste si stringevano tra loro come il mantice di una fisarmonica e lanciavano stridii appoggiandosi l’una all’altra. Maurizio le vedeva allontanarsi mentre si allargavano inalando l’aria della sera, una di loro a sbirciare dietro, con i sederi buffi e oscillanti. Da alcuni giorni i due amici avevano dovuto fare a meno della rassicurante protezione della macchina di Antonio. Adesso era posteggiata con il muso verso il mare e Antonio baciava Lucia. Maurizio li scorgeva appena nella penombra dell’auto e si sentiva tradito. Prendeva allora un’altra sigaretta attaccandosi alla bottiglia di birra che si svuotava in fretta, proprio come il suo cuore. Sarebbe bastato poco per sentirsi vivo. Sarebbe bastata una ragazza accanto a lui, una qualsiasi. C’era solo l’amico che gli ammiccava guardando una comitiva di ragazze. Allargava la bocca con intenzione e rideva sguaiato per buttare allo scirocco i pensieri cattivi.

Paolo voleva fare il militare e diventare ufficiale. Il padre aveva un piccolo negozio di ferramenta e non si poteva capacitare di questo desiderio del figlio. Dopo il diploma avrebbe potuto lavorare con lui e si sarebbe assicurato un avvenire. Paolo gli aveva urlato in faccia che non gliene fregava nulla del negozio e il padre lo aveva schiaffeggiato. Da quel giorno non si erano parlati più e si guardavano con gli occhi cattivi di chi si odia.
Paolo stava raccontando a Maria che voleva diventare ufficiale e notò negli occhi della ragazza un guizzo di orgoglio, come se lei potesse già vedersi sposata e ammirata. Gli occhi delle donne determinano il destino degli uomini, pensò Paolo. La baciò con passione e volle sentire la consistenza della pelle, per tenerne poi la memoria quanto più a lungo possibile. Il calore della moglie di un soldato. Maria si vide proiettata in un futuro luminosissimo, tanto da apparire sbiadito e privo di contorni. Era Paolo quella figura sfavillante che le sfiorava il viso? Decise di sì e riaprì gli occhi per confermare la consistenza del suo amante. Paolo la guardò da quella piccola distanza e suggellò il patto secondo cui entrambi avrebbero riempito lo spessore dei sogni. Gli occhi di Maria somigliarono ancora di più, se questo fosse stato possibile, a quelli della madre e nell’abbraccio si sentì protetto, un soldato al ritorno dalla guerra.

Maurizio era impaurito dalle donne e le guardava sempre con occhi di sfida. Aveva perciò adottato una semplice forma di difesa: aspettava che si voltassero per scrutarne i sederi. Maurizio si sentiva solo. Si incamminò sul lungomare senza una meta precisa. Maurizio odiava la felicità altrui, odiava quell’estate così vuota, odiava i gelati, odiava Antonio e la sua ragazza. Aveva lo stesso sguardo di sfida che riservava alle donne, ma stavolta era una sfida alla vita. Erano occhi con la morte dentro.

Paolo avrebbe fatto qualsiasi cosa per Maria, la moglie del soldato. I mille baci in riva al mare le avevano asciugato la bocca e adesso aveva sete. Paolo l’aiutò ad alzarsi dagli scogli puntuti che avevano lasciato dei piccoli segni sui pantaloni fiorati. Avrebbero potuto scavalcare subito il muretto, ma decisero di camminare alcuni metri sugli scogli che misero a rischio l’equilibrio. Se avessero deciso di saltare subito il muretto, il destino sarebbe scivolato accanto senza colpirli, tutto sarebbe stato diverso. Ma non potevano fare altrimenti, gli scogli erano un piccolo sentiero di guerra, una di quelle prove da cui si esce uniti.
Fu un piccolo ritardo che permise a Maurizio di raggiungere la coppia proprio mentre, sorridente, conquistava il marciapiede. La sua passeggiata senza meta s’interruppe davanti ai due ragazzi che sembravano volergli ricordare quanto ingiusta fosse la vita con lui. Maurizio li sentì nemici e li osservò con lo stesso sguardo di sfida che riservava alle donne. Paolo vide quegli occhi sconosciuti e forse vi riconobbe qualcosa. Gli occhi del padre? Maurizio dovette percorrere un piccolo semicerchio per evitare la coppia e venne attratto dai fiori stampati sui pantaloni di Maria. La sfida si trasformò in un ghigno. Paolo pensò che difendere Maria da quello sguardo fosse come difendere tutte le donne del mondo. Maurizio vide in Maria tutte le donne innamorate di altri uomini, tutte le donne che lo avevano lasciato solo e col cuore in pezzi. Poi volle vedere quale uomo gli avesse rubato l’amore, e lanciò un lungo sguardo di sfida a Paolo. Fu un solo gesto. Il soldato brandì il coltellino con cui aveva inciso la parola “amore” sul legno dilavato dal mare e per lo stesso amore che provava per Maria, colpì al cuore Maurizio. Gli tolse la sfida dagli occhi e lo lasciò cadere sul marciapiede. Riprese a camminare e portò la ragazza al bar perché potesse dissetarsi.

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date: 19-11-2018 17:27

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Fuga di Notizia di Vins Gallico - fotografia di Alessandro Romagnoli

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Fuga di notizia
Vins Gallico


I vecchi a un certo punto tornano bambini e, superato quel crinale, bisogna trattarli come tali. Bisogna imboccarli, lavarli, rassicurarli, cambiarli, guidarli, a volte bisogna anche prenderli in braccio o sulle spalle.
Probabilmente Enea non pensò tutto questo mentre la città gli bruciava alle spalle, ma agì d'istinto, spronato dall'urgenza e dall'adrenalina e fece segno al padre Anchise di saltargli in groppa.
A cavacecio, si sarebbe detto a Roma secoli e secoli dopo.
Sono innumerevoli le raffigurazioni pittoriche e i riferimenti iconografici che riprendono il mito di Enea, il profugo della guerra di Troia che tende i muscoli, stringe i denti, sfida la cervicale e suda sotto il peso delle ossa malridotte di Anchise.
Per mano conduce il figlioletto, il piccolo Iulo Ascanio.
Perché se i vecchi tornano bambini, in tempi difficili i bambini sbocciano prima e diventano uomini, procedono con le loro gambe, attingono a bacini energetici sproporzionati, senza lagne, senza capricci.

L'uomo guarda il padre, mentre scendono dall'auto. Non vivono tempi difficili. L'Italia del 2017 non è in guerra, ci si lamenta per la mancata qualificazione ai Mondiali di calcio dell'anno successivo, per la situazione di vaghezza politica, per gli scioperi del venerdì dei mezzi di trasporto, ma nonostante la crisi, si vive. Si vive in una bulimica tranquillità, in un soffritto di preoccupazioni ingigantite e una minestra di problemi reali. Non vuole generalizzare l'uomo. Questa situazione è quella che lo riguarda: vive, vivacchia per certi aspetti, sopravvive per altri. Grazie al suo stipendio arriva a fine mese senza concedersi grandi lussi.
Anche suo padre si mantiene su una linea di sobria decenza, con la pensione. È senz'altro più vecchio di Anchise, così come l'uomo è più vecchio di Enea. Se sbirciassimo nelle loro carte d'identità scopriremmo che hanno 77 e 38 anni. L'anziano è relativamente in forma dal punto di vista fisico, a parte che non ci sta più con la testa.
"Mi hanno parlato di questo posto e te lo volevo mostrare", dice l'uomo indicando la salita. Su entrambi i cigli della strada gli alberi incombono con le loro foglie secche, mentre il verde muschioso della natura rasoterra è una tigre in agguato: dorme, ma potrebbe aggredire l'asfalto in un attimo.
I due uomini aggirano la sbarra che impedisce alle macchine di proseguire.
"Mi sembra una cosa buona... praticamente", risponde il padre con occhi dubbiosi.
Lo dice spesso, che è una cosa buona... praticamente. Ormai si aggrappa a formule vuote, l'Alzheimer gli sta mangiando il cervello, i ricordi, le connessioni, e per interagire con il mondo esterno, quel mondo sempre più sconosciuto e pieno di insidie, si appiglia a frasi fatte, giri di parole trattenuti nella rete dalle maglie troppo larghe della mente, ripetizioni avverbiali ossessive come tamburi.
Per quasi quarant'anni ha insegnato latino e greco a scuola, il tipico professore severo, al limite della pedanteria. Declinazioni, coniugazioni, ablativi assoluti, aoristi sono stati le basi sulle quali ha costruito la propria esistenza. Lo hanno sorretto quando è rimasto vedovo e smarrito. Più che appoggiarsi alla fragile scenografia che fa da sfondo alle esistenze, a quella combinazione di cartapesta e passato, si è ritrovato come un burattino in trappola, sostenuto dai fili della classicità.
Il classico, l'antico, l'andato. Per lui è sempre stato così. Anche prima della malattia ha vissuto in un altro mondo, in un altro tempo, così l'uomo ha sentito dire del padre: sempre sbadato, poco manuale, poco pratico, fra le nuvole di Aristofane.
Gli affiora il ricordo di un viaggio in estate, a Siracusa, trent'anni prima, spettatori di una tragedia greca.
In contemporanea c'era una partita dell'Italia ai Mondiali, ottavi di finale contro la Francia. Una parte del pubblico fissava la discesa agli inferi di Alcesti, la viltà del marito Admeto, l'intervento di Ercole; l'altra parte era incollata alle radioline gracchianti.
Anche quella volta non andò bene alla nazionale del calcio.
Era una fase in cui l'uomo era ancora figlio, senza responsabilità, con i suoi otto anni, e un cuscino poco morbido sui gradoni dell'anfiteatro e una madre ancora viva che lo aspettava al ritorno a casa dalla trasferta.
"Qua c'era un fiume, vero?", osserva il vecchio indicando le pietre che costeggiano la strada moderna.
"Credo fosse la via antica, papà, lo vedi che sono tutte lastricate? È il selciato romano".
"Mi sembra una cosa buona... praticamente".
Avanzano a passi lenti, aritmici. Ogni tanto il padre si ferma, l'uomo lo aspetta. Ogni tanto è l'uomo a fermarsi prima che lo faccia il padre, quando gli sembra che stia per accusare la stanchezza.
Giungono in un punto in cui l'asfalto muore e cede il posto alla proprietaria precedente, la terra erbosa. Da lì si apre la valle che abbraccia Rocca di Papa e Grottaferrata. Ancora più a sud, nascosto dai declivi ricoperti di un manto autunnale, s'affossa il lago di Albano.
Una volta qua non era tutta campagna, tanto tempo fa era tutto vulcano.
L'uomo aspetta il momento buono per parlare al padre. Ha letto di un anfiteatro del II secolo d.C, che dovrebbe trovarsi a poche centinaia di metri. E quella natura addormentata e furtiva che stanno attraversando, due millenni prima, era considerata un Bosco Sacro. La teatralità e la religiosità sono elementi che si sposano bene con la notizia, l'annuncio che vuole dargli.
"Qua devono avere scavato, vero?", osserva il vecchio indicando il suolo dissestato.
"Sembrerebbe di sì", risponde l'uomo che non è esperto di quelle cose, "Forse cinghiali o talpe".
"Forse qualcuno a cavallo".
I piccoli solchi sul terreno potrebbero essere stati causati dagli zoccoli di un cavallo se non fosse che sono estremamente vicini. Estendendosi su una superficie talmente limitata, potrebbe essere stato soltanto un cavallo monozampa.
“Forse”, risponde l'uomo.
C'è un sentiero che costeggia il dirupo, che sfuma nello strapiombo fra rovi di more. Le antiche rovine sulla sinistra appaiono e scompaiono alla vista dei due uomini, come geyser di pietra, come miraggi archeologici. C'è una brutta doppia rete metallica a impedire l'accesso all'anfiteatro.
Ecco laggiù un varco, sembrerebbe. E invece è soltanto l'illusione ottica. Non c'è nessun passaggio. L'uomo e il padre sbirciano attraverso la protezione. Per un istante l'uomo ha sperato di trovare l'anello che non tiene, quello della poesia di Montale, quel cuneo, quel pertugio dove far incuneare la verità.
“Papà, te la ricordi I limoni?”.
Ovviamente non ricorda la poesia. È un modo per dargli l'impressione che non lo considera troppo malato. Una volta è capitato che citasse ancora Plauto.
“Neanch'io me la ricordo”.
Guardano i gradoni dell'anfiteatro. Quanto saranno alti? Quarantacinque, cinquanta centimetri? È una misura significativa già molto per l'uomo.
“Papà, che ne dici di diventare nonno?”.
Il vecchio non capisce subito. L'uomo deve spiegare in maniera più esplicita: lui e la compagna aspettano un bambino, il padre diventerà nonno, e l'uomo diventerà padre.
Quando nascerà il piccolo sarà alto, anzi lungo quanto quei gradoni. E l'uomo s'immagina di tornare lassù camminando verso il Monte Tuscolo. Di arrampicarsi sulla salita con il figlio sulle spalle, di insegnargli come affrontare le discese con i piedi messi in obliquo.
“Mi sembra una cosa buona... praticamente”, dice il vecchio con gli occhi lucidi.
Quello che le parole non dicono, lo rivelano l'umidità e la lucentezza dello sguardo.
E così tornano verso l'auto, piano piano, il padre che si appoggia al braccio dell'uomo, che s'immagina il piccolo davanti a loro, dai passi incerti e curiosi.
E ripensa a Enea, ad Anchise e Iulo.
Non sta fuggendo da una città in fiamme, da una guerra, da una carestia. Non ricorda se fosse stato Sofocle a scrivere: “Fuggire, fuggire, ma essendo fuggito dove restare?”. Il padre non lo ricorderà più di certo. Eppure l’uomo saprebbe dove restare. Sa che non sta scappando, sa verso cosa sta fuggendo. Se con fuga si può intendere una corsa, una frenesia.
Ma dove sia diretto, ecco, quello non vuole dirlo a nessuno.

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date: 19-11-2018 16:51

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Che ti Guardi di Manuela D'Aguanno - fotografia di Enrico Graziani

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CHE TI GUARDI
di Manuela D’Aguanno


Che ti guardi? Sembra dire lui mentre fa un altro tiro. Che ti fumi? Vorrei dirgli io.
Io che ho smesso da poco. Che fumavo cinquanta sigarette al giorno. Che ho detto basta alla schiavitù del tabacco.
Che ti fumi? Vorrei dirgli io. Io che mi arrampicherei con le unghie per rubargli anche solo un tiro. Che metterei la mano in tasca per tirare fuori 50 euro solo per avere il suo mozzicone. Da sturare.
Che ti guardi? Sembra chiedermi con quell’aria da adulto. E chi guarda? Io non guardo proprio niente. Vorrei rispondergli io. Io che da adulto in quel momento ho solo l’età, mentre guardo (eccome!) il culo di sua madre (sua madre?). Chiappe rotonde e sode, con un filo di cotone bianco in mezzo. Chiappe popolari. Che sanno di carne. Che se le stringi con le mani emergono in mezzo alle dita come fosse l’impasto del pane.
Io non guardo proprio niente. E’ lei che è uscita sul balcone mezza nuda. (Sua madre? E’ troppo per me chiedermi se non lo è). E sei mezzo nudo pure tu. Anzi, forse tutto nudo. Ragazzino. Perché sei piccolo e non esisti dalla cintola in giù. Ti si vedono le costole, ragazzino. Solo quelle. E la faccia da adulto. I capelli corti appena spettinati e la faccia da adulto. E le costole.
Ma quanto dura ‘sta sigaretta? Buttala, buttala ragazzino! Vorrei gridare io. E mi vedo strisciare lungo il bordo del marciapiede sporco per farmi una tirata. L’ultima. L’ultima della cicca. Come un drogato. E come un drogato prenderei a morsi il culo di sua madre. Come fosse lei l’ultimo tiro.
Cavallo rosso a dondolo la sua coda. Blu alla radice. Culo e capelli. Solo questo vedo di lei che invece si vede quasi tutta sul balcone. Ma io vedo solo coda rossa di cavallo a dondolo e chiappe rotonde.
Che ti guardi? E’ vero guardo. Guardo come un guardone. Inorridito. Ammaliato.
Sono troppo per me pure questi panni stesi. Disordinati. Violentati dal vento. Lenzuola bianche con fiori sbiaditi che sanno di quel culo. Hanno il sapore di quel culo.
E’ troppo anche il legno consumato della finestra. Il vetro rotto. L’inferriata arrugginita.
Che ti guardi? Che ti fumi? Vorrei dirgli. Che ti fumi ragazzino? Ragazzino con la faccia da adulto.
Ma ho paura. Inorridito. Ammaliato. E’ tutto troppo per me. Tutto troppo lercio e affascinante.
E’ l’attrazione verso il basso che non è forza di gravità.
Che ti guardi? Vorrei dirgli. Butta dal balcone il mozzicone che ancora fuma, il ragazzino. E guarda sopra la mia testa. Molto più sopra. Più lontano. Sopra i tetti. Dove non arrivo. Dove non posso arrivare. Dove non potrei arrivare neppure se stessi lì con loro.
Butta il mozzicone rosso di brace e si dimentica di me che non corro a prenderlo sul bordo del marciapiede sporco. Si dimentica di me che non mordo le chiappe di sua madre (sua madre?) che intanto è rientrata. Di spalle è rientrata. Coda di cavallo rosso a dondolo e chiappe.
Che ti guardi? Vorrei dirgli. Ma non posso. Non mi guarda più. Guarda sopra la mia testa. Lontano. Troppo lontano per me. Guarda oltre. Dove non posso arrivare.
E il balcone adesso è vuoto.

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date: 19-11-2018 16:49

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Il cuore della terra di Luigi Annibaldi - Fotografia di Romina Mosticone/Maurizio Perissinotto

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Il cuore della terra
di Luigi Annibaldi




Col senno di poi è stato trovato il cuore della terra in un ragazzino del Wisconsin che si è innamorato di una ragazzina della California.
La prima rivelazione del fenomeno fu di un algido professore che scoprì che oltre a ondulare e sussultare, la terra poteva anche pulsare.
Il sismografo del professore si era messo a tracciare una serie di cuori invece delle consuete linee grafiche. Finché i cuori erano piccoli, e il fenomeno poteva essere registrato solo dall’apparecchio, il professore si limitava a scrivere le rilevazioni su un quaderno a quadretti.
Il ragazzino del Wisconsin era scappato di casa per seguire il suo amore e più si avvicinava alla California più il sismografo rilevava cuori grandi. Il pulsare della terra venne avvertito da molti, i bicchieri e piatti di chi non era innamorato tintinnarono.
Quando il ragazzino del Wisconsin arrivò allo stato confinante con la California, il Nevada, i muri delle case di chi non era innamorato si creparono e gli edifici più pericolanti crollarono.
Per il professore era chiaro che il disastro era imminente e allertò, se pur con scetticismo, ogni organo competente come siti d’incontri e agenzie matrimoniali. Ma si potè fare poco perché il ragazzino del Wisconsin raggiunse presto la ragazzina della California e la baciò.
Le spaccature della Terra inghiottirono i non innamorati. Fu la totale distruzione di strutture artificiali costruite da uomini senza cuore. I maremoti affogarono i single. Anche il professore morì nel disastro, inghiottito dalla faglia di Sant'Andrea.

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date: 19-11-2018 16:46

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Psicopompo di Arturo Belluardo - fotografia di Roberto Cavallini

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PSICOPOMPO
di Arturo Belluardo




Questo è il primo Natale che passiamo senza mio padre.
Ci siamo radunati tutti attorno a mia madre, a questo mucchietto d’ossa su-perstiti.
Strano che tra lui, torreggiante ed egoista, e lei, sassolino implume e fumante di acido borico, sia morto prima lui.
Una botta secca e malignazza, da far esplodere i capillari del naso, da far scorrere torrenti di muco verde e soffice, da far ruttare dal cuore gli estremi aneliti.
“Sento l’anima partir” e giù sul tavolo, a rovesciare un boccale di Peroni Na-stro Azzurro, a sganciare le bretelle porpora e a farle diventare proietti di fionda sul pranzo dei Morti: pane cunzato con olio, origano, tuma e acciughe, scurria di grano e lenticchie, ossa dei morti, pupi di zuccaro, frutta martorana.
Con impagabile tempismo, mio padre era morto la sera di Ognissanti ed era nuotato via a portare fucili con i fulminanti e bambole di pezza ai bambini del passato. Che oggi non si usa più che le Anime Sante dei Morti portino i regali ai picciriddi, che oggi non si usa più apparecchiare a tavola il posto di chi è trapassato, che oggi non si usa più versare vino sulle tombe di terra fresca e riposata.

“Cu è?”.
“Dolcetto o scherzetto?”.
Mio padre aveva aperto la porta e si era trovato davanti un vampiro, una strega e uno scheletro.
“Ma che è Carnaluare? Che bbulite?”.
“Dolcetto o scherzetto?” voci tremolanti.
“Ofanculo va bene uguale?” e aveva sbattuto la porta.
“Avà, Iano che picciriddi sono! Ma che ci dici?”.
“Ammia ‘stu Allovinni mi ha scassato la minchia! Non era tanto sapurita la Festa dei Morti? No, tutte cose dall’americani amu a pigghiari!” e l’ira se n’era salita funesta alle varici degli occhi “Anzi, sai che ti dico Concetta? Che tu domani mi prepari bella bella la Cena dei Morti come facevamo quannu c’erano i carusi!”.
“Ca cetto. Ma che babbii? Che domani tutte cose chiuse sono.”
“Cristallo di rocca! Tu fai chiddu che dico io!”
Tu fai quello che dico io. Sempre così mio padre. Che ce n’eravamo andati tutti, a lasciarlo sventolare nell’aria fetida il tatuaggio da delfino sull’avambraccio. Il delfino di marinaio di petroliere, di puzza di gas e sentina per le scale della casa popolare a ogni suo ritorno. Il delfino in fuga a Göte-borg dietro buttane svedesi e noi a fetere di fame e solitudine. Il delfino con un foglio di via del Re Gustavo per mai più ritornar. Il delfino che spandeva sentina e gas dopo cinque anni. Ma solo un mucchietto d’ossa sorridenti ad attenderlo.
Io non c’ero più. Ora e per sempre, amen.

“Ora e per sempre, amen”.
La messa di mezzanotte mia madre la vuole nelle Catacombe di San Marzia-no al freddo e al gelo, calcare nero d’umido e capelvenere.
Mia figlia si annoia, rimbalza da un piede all’altro nel suo piumino rosa Winx. Guarda gli affreschi corrosi da gocce minerali e preghiere.
“Chi è quel signore scuro, papà?”
“E’ Gesù, amore mio”.
“E perché ha la pelle marrone?”.
“Perché veniva dal Medio Oriente”.
“E perché ci sono questi pesci?”.
“Sono simboli di Gesù. In greco pesce si dice iktùs...”.
“Come quello del nonno?”.
Sgancio un sorriso e le faccio cenno di tacere.
“Ma il nonno è morto perché aveva un pesce sul braccio?”.
“Quello era un delfino.”
“Anche questo è un delfino” e indica Gesù che a cavallo di un cetaceo tra-ghetta le anime dei morti.
Mia madre ci giubila con uno sguardo di fuoco.

“Mi manca. Tuo padre mi manca. La notte la mia mano lo cerca e lui è lì che russa. Apro gli occhi e non lo trovo. Chiudo gli occhi e ride. Come quando beveva tre Peroni. Si asciuga la bocca con il dorso della mano e ride”.
“E tu?”.
“Io gli chiedo come sta e lui mi dice che ora me ne accorgo pure io”.
“Ma che è? Una persecuzione?”.
“Uh, vatinni tu, che vuoi capire tu di matrimonio che tua moglie te la sei tenuta picca e nenti”.
“Mamma, non davanti alla bambina...”.
“E perché non te la porti in spiaggia, che c’è ‘stu bello sole? Itavinni a fare ‘na passiata che il cloro ci fa bene ai polmoni”.
“E il pranzo di Natale?”.
“E quannu mai cucinasti tu? Non ti preoccupare, itavinni, itavinni, lassatemi sola”.

Fumo e guardo il mare. Sull’orizzonte tumido scorre una petroliera.
“Papà, corri, corri, vieni a vedere”.
Un punto fisso rosa Winx.
“Cosa, amore mio?”.
“Un delfino, papà, un delfino”.
Il mare è una tavola di piombo denso e i raggi rimbalzano. Non ci sono delfini né tonni né squali. Anche la petroliera se n’è andata.
Ma mia figlia non guarda le onde, guarda la sabbia.
Arenata tra alghe e bottiglie di Svelto, c’é una carcassa putrefatta, arrotolata su se stessa. Un uroburos, la coda già divorata, la gabbia toracica bianca e lucida, la testa sfatta, il naso camuso di delfino soffocato dalla risacca.
Granchi e scarabei neri ne percorrono le vertebre sporgenti.
“Torniamo a casa, la nonna ci aspetta”.

L’ascensore non funziona.
“Cos’è questa puzza, papà?”.
Dico alla bambina di aspettarmi al secondo piano e salgo le scale di corsa.
Da un piano all’altro, l’odore di gas e sentina si fa sempre più penetrante, sof-focante.
Apro la porta e il buio si riversa sul pianerottolo.
Premo l’interruttore e la luce non s’accende.

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date: 19-11-2018 15:57

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Da Facebook a Scampia - Riflessioni sul libro La Voce degli Occhi

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Scorro sullo smartphone i post di Facebook, con l’impegno di chi sta perdendo tempo e mi imbatto nella foto di un ragazzino che mi guarda, mi fermo e ricambio lo sguardo. I social media sono sopraffatti da immagini, certo ogni medium oggi è inflazionato, moltiplicato, ma le parole scritte, anche sul display, le puoi saltare in blocco, mentre le immagini si presentano come un insieme e anche se non le vedi più, rimangono una sollecitazione retinica che si insinua dentro di te. L’impressione del già visto ed il senso di noia e quasi di inutilità di fronte a questo profluvio iconografico mi faceva rispondere, pochi giorni fa, insieme ad un altro fotografo di lunga carriera, ad un giovane attrezzato di reflex, che domandava perché fossimo senza macchina fotografica, che un vero fotografo ormai le foto non le fa più, le pensa solamente.

Ovviamente era una boutade, infatti quel bambino, fotografato seduto su una specie di trono su un ballatoio delle case a Vela della 167 di Scampia, che guarda con serietà, è la dimostrazione che di fotografie ce n’è ancora bisogno.

Che ha di speciale quella fotografia? Per alcuni forse potrebbe rimanere nel novero delle immagini a sfondo sociale, in bianco e nero, di una delle tante periferie italiane. Per me no. Quella immagine racconta, tanto per cominciare, la storia del rapporto tra il fotografo ed il fotografato. Pino Guerra, il fotografo, si è abbassato, si è posto all’altezza del ragazzino, da pari a pari e solo dopo ha scattato. Lo ha posto al centro dell’immagine, ben saldo sul suo trono, sulla convergenza delle linee di fuga disegnate dal cemento a vista che è stata (forse lo è ancora) la “cifra stilistica” dell’edilizia economica e popolare degli anni ’70 ed ’80, in Italia. Non si può andare oltre, la sedia occupa tutto il passaggio, il ragazzino ha la bocca serrata e le mani ben salde sui braccioli, non c’è pietismo, non c’è manierismo fotografico. In quella immagine c’è una sospensione di giudizio, che è un invito a proseguire il viaggio tra le altre fotografie e le parole, di Davide Cerullo, che proseguono parallele ad esse.

Non è facile oggi incontrare fotografie che narrino la storia di ciò o di chi è davanti all’obiettivo, basta fare un confronto con i “Long-Term Projects” del World Press Photo, dove autori di fama internazionale, che hanno realizzato reportage in posti remoti, raccontano con le fotografie più il loro virtuosismo nel costruire geometrie complesse e la capacità di intervenire in post-produzione con alterazioni cromatiche, che il mondo che gli è di fronte.

Pino Guerra, nato a Napoli, nel 1962, fotografo a largo spettro, dalla moda, alla pubblicità, al reportage, ha raggiunto l’obiettivo di raccontare “il mondo delle Vele” insieme alla penna di Davide Cerullo, (Napoli,1974), ex camorrista, ora anche lui fotografo e poeta, con il libro La Voce degli Occhi – Scampia. Viaggio fotografico nel mondo delle “Vele”.

Immagini e parole, assolutamente inscindibili, complementari che sono scaturite da una volontà di comunicare tra chi raccontava e chi si è fatto raccontare.

Scrive Cerullo: «Prima che con l’obiettivo della macchina fotografica, dovevamo metterci il cuore, perché quello ci vuole prima di tutto per frugare tra le croste spellate dell’animo… Era necessario capire che prima di mettere a fuoco e fare una fotografia, bisogna farsi piccoli e prossimi nel quotidiano, nelle relazioni vere con le persone, nella responsabilità del non manipolare le persone, ma onorarle insieme alle loro storie e dolore. Poi forse si può pure fotografare, ma dopo. Allora ci siamo messi a sentire, ad ascoltare voci, storie». E di storie se ne raccontano parecchie in quella sessantina di pagine dense in cui un medium si alterna all’altro e quello che hai davanti agli occhi non sai più se te lo stia narrando di più Davide Cerullo o Pino Guerra.

Quello che mi aveva colpito della prima fotografia è stato poi quello che ho trovato in tutte le altre seguenti immagini, ovvero l’onestà dell’approccio e della visione. «Non vi è immagine nella quale, alla crudezza della sua evidenza, non si contrapponga un segno di intatta purezza che questi protagonisti tuttora conservano, quasi un’ombra, forse il riflesso di uno sguardo che appare più “ragazzino” del lecito, nonostante le armi, nonostante la droga, nonostante quella vita brutta che scandisce la quotidiana esistenza dei piccoli eroi, positivi e negativi, di Scampia».

Si sfoglia il libro e ci si trova di fronte al bacio sulle labbra tra un giovane uomo, (Padre? Fratello maggiore?) e un bambinetto tenuto in braccio, i tatuaggi conferiscono forza simbolica ai bicipiti dell’uomo e ci si chiede se quel contatto di labbra non stia lì a significare un soffio vitale, un destino già segnato, nel bene o nel male. Comunque ci si trova di fronte ad un forte sentimento di amore e di riconoscimento reciproco. E poi a seguire, con sullo sfondo cemento e mille finestre, un pulcinella per ricordarci che siamo a Napoli e poi voltando pagina, un vetro con un foro di proiettile e aldilà delle crepe una “Vela” e di rimando un gruppo di giovani in fondo all’abisso dell’edificio che esibiscono collane d’oro e giubbini Gucci, per ricordarci che Gomorra non è un’invenzione, e poi i gruppi di famiglia intorno al tavolo dove nei volti di padri e madri sembra essere scritto il destino dei propri figli. Tutti si fanno fotografare perché la fotografia è una forma di attenzione e di rispetto, quando le finalità del lavoro sono condivise e la condivisione fotograficamente, tra fotografo e soggetto, ce la comunica anche la prossemica: Pino Guerra usa frequentemente un obiettivo grandangolare che gli consente di inserire, nell’inquadratura, molti elementi dello sfondo ed al tempo stesso di avvicinarsi al soggetto principale, così tanto da condizionarne anche le reazioni, la postura, gli sguardi, in una sorta di dialogo senza parole che conferisce, a chi è davanti all’obiettivo, la consapevolezza di essere il soggetto, l’interlocutore di un dialogo a cui è destinata l’ultima parola.

Il libro di Guerra e Cerullo, [erre] Edizioni, presentato nell’ultima settimana di giugno presso Il PAN, Palazzo Arti Napoli, è inserito in un progetto editoriale “(R)ESISTENZA” associazione di lotta alla illegalità e alla cultura camorristica, tanto che i proventi della vendita del libro saranno devoluti alle attività dell’associazione “Centro Insieme” dei bambini delle vele, con sede presso l’Officina delle Culture “Gelsomina Verde” ed è importante a questo proposito l’altro testo, inserito nel libro, di Eleonora de Majo che è dedicato a Vittorio Passeggio, l’uomo col megafono, lo storico portavoce del Comitato Vele-Scampia.

«Le vele sono un inferno senza Stato… I subalterni senza Stato chiusi come polli in batteria nei mostri di cemento dell’edilizia popolare, sono sempre serviti solo a diventare numeri stratosferici funzionali al consenso elettorale e a fornire manovalanza a basso costo, vite a perdere nella foga di profitto delle holding criminali».

In trentasei anni di lotte e di rivendicazioni il “Comitato di Lotta” degli abitanti delle vele, unica istituzione dei senza-Stato, non ha mai perso di vista l’obiettivo principale della sue vertenze: l’abbattimento delle stesse vele.

Suonano di auspicio, a tal proposito, le parole di Luigi De Magistris, sindaco di Napoli che nella prefazione al libro, afferma: «Lavoriamo con tutta l’urgenza necessaria affinché le parole di Davide Cerullo e le immagini di Pino Guerra siano una testimonianza del passato».

Roberto Cavallini, giugno 2018

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Succedeoggi col titolo Resistenza è una foto lo trovate al seguente link: http://www.succedeoggi.it/2018/07/pino-guerra-la-resistenza-e-una-foto/ , corredato di altre fotografie di Pino Guerra

Il 14 gennaio 2019 si è inaugurata la omonima mostra presso la Biblioteca Marconi di Roma

http://www.panzoo.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=1384%3Apino-guerra-la-voce-degli-occhi-viaggio-fotografico-nelle-vele-di-scampia&Itemid=286&fbclid=IwAR17aocquQXuJIvX-ForeZLjVm4ix0nHmowFO-vHNXmcj34Pb8BsSaolPtU

https://www.facebook.com/events/2354173088145408/




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date: 04-07-2018 13:51

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